29 luglio 2014

0015 Colloquio Italia ---> Inghilterra con Davide Del Giudice

di Salvatore D’Agostino

Dopo diversi dialoghi è arrivato il momento di eliminare da Wilfing Architettura la tag fuga di cervelli poiché quando sei anni fa nasceva, l’intento era quello, e continua ad esserlo, di smontare i luoghi comuni e capire, attraverso la voce dei protagonisti, la vita dietro le parole di plastica amate dai media mainstream. Dopo sei anni la retorica dei politici e la pigrizia del giornalismo italiano, bloccati come per incanto sulla parola ‘fuga di cervelli’, usata come calco mimetico per descrivere un problema senza mai analizzare le cause, mi porta a non reiterare più questo stereotipo privo di senso e a sostituirlo con una semplice indicazione - freccia - di viaggio.

Con questo dialogo a Davide del Giudice ci spostiamo, solo logisticamente, a Londra per parlare dell’architettura terrestre. Davide del Giudice non è un cervello in fuga è un architetto laureatosi nell’Università di Torino, ma che si è formato nel pianeta Terra, leggete il suo blog - o, se volete, un vecchio dialogo su Wilfing - per capire l’incredibile rete di relazioni che ha dilatato la sua cultura formativa. Dopo la laurea ha iniziato a lavorare, prima nello studio italiano, e adesso nello sede londinese di Zaha Hadid.


22 luglio 2014

12 luglio 1981 | Philip K. Dick c'è una sola via d'uscita: vedere tutto come qualcosa di fondamentalmente comico

di Salvatore D’Agostino
Nelle ristampe di Lolita, Vladimir Nabokov, aggiunse una nota alla fine del romanzo, per rintuzzare le veemenze dei critici più corrosivi scrivendo "«realtà» (una delle poche parole che non hanno alcun senso senza virgolette)"1 e ad un’incalzante Alberto Arbasino che, in veste d’intervistatore, chiedeva: “Ma insomma, cos’è Lolita, in realtà?” rispondeva "Che domande… che domande… inutili… Sarebbe meglio rilassarsi, di fronte a quel libro che è soltanto una storia, e non cercarvi un “messaggio” che non c’è… La morale del libro è il libro stesso. Volete spiegarvi la sua morale? Leggetelo!".2

Leggendo i libri di Philip K. Dick serve ricordarsi dei consigli di Nabokov, bisogna mettere tra parentesi la parola ‘realtà’ ed evitare di cercare una ‘morale’.

Philip K. Dick rappresenta un'idea di letteratura fondata sulla moltiplicazione dei diversi piani di realtà. Estraneo all'insegnamento morale, Dick smantella con gioiosa iconoclastia i luoghi comuni e le convenzioni letterarie della letteratura borghese, fondata sul ‘messaggio del romanzo’. Costruisce trame dove il tempo è spesso fuori dai cardini, dove la realtà è ‘sempre una bolla di sapone’, dove l’uomo non è mai un eroe di una elitè galattica ma vive una costante difficoltà ad adattarsi al mondo:
«Se volete adattarvi alla realtà, leggete Philip Roth, leggete gli scrittori di best-seller, - scrive in questo testo che vi ripropongo - quelli dell'establishment letterario di New York. Ma adesso state leggendo fantascienza, e io la scrivo per voi. Voglio mostrarvi quello che amo (i miei amici) e quello che odio con tutte le mie forze (le cose che succedono loro).»
Per Philip K. Dick la fantascienza è un romanzo di idee che decostruisce il tempo, lo spazio e la realtà. La fantascienza non è mimetica del mondo reale, è un’idea di dinamismo.

Ripropongo uno scritto apparso sulla collana Urania, a quel tempo diretta da Fruttero & Lucentini nel numero 896 del 12 luglio 1981, qualche mese prima che Philip K. Dick morisse a causa di un collasso cardiaco il 2 marzo 1982. Scritto appena prima di iniziare la querelle con Ridley Scott e il suo rifiuto di 400 mila dollari per non voler adattare il suo romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? alla sceneggiatura del film Blade Runner che uscirà nelle sale il 25 giugno 1982, tre mesi dopo la sua morte. Dirà a Ridley Scott, non ho bisogno di questi soldi - anche se avendo sempre vissuto in perpetua indigenza gli avrebbero cambiato la vita - ho la mia macchina da scrivere, la mia musica, il mio gatto, ho tutto e non ho bisogno di nient’altro.

In questo scritto su Urania, la più longeva rivista di urbanistica ancora attiva in Italia, ripercorre la sua vita, dove, con ironica previgente coincidenza, scrive l’epigrafe della sua lapide.

È un invito per gli urbanisti del nostro tempo che amano la pervasività della tecnologia o per chi pensa di guarire le città attraverso l’architettura a leggere Dick per domandarsi:

  • Che cos'è la realtà?
  • Che cosa caratterizza l'autentico essere umano?

Per aiutare il 'vandalismo responsabile' ed evitare di credere e progettare il viaggio sicuro delle gated community dove il messaggio implicito è: siate passivi. E soprattutto cercare di “scoprire il granello del comico all'interno dell'orribile e del futile”.

Buona lettura.



14 luglio 2014

Pietro Motisi | SUDLIMAZIONE

di Salvatore D’Agostino

L’inizio:
Tra il 1951 e il 1953 lo scrittore e fotografo Fosco Maraini accompagnato dall'editore Diego De Donato vagarono in auto dalla Campania alla Sicilia. Il loro intento era di «stringere fra due copertine tutto, proprio tutto il nostro Sud: meraviglie e orrori - scriveva Maraini - borghesi e braccianti, contadini e marinai, vescovi e mafiosi, tutto, dico tutto». Ma, dopo aver raccolto un immenso materiale, il progetto, che avrebbe dovuto chiamarsi Nostro Sud, non si completò per sfinimento «sopraffatti dall'abbondanza delle cose, dalla ricchezza d’aspetti, dalla moltitudine di volti e destini, finimmo nell'immenso fuoco del Sud». Nostro Sud, se pubblicato, sarebbe stato il primo racconto per immagini del sud, dato che, prima del ciclopico progetto di Maraini, la fotografia in Sicilia veniva posta a servizio di qualcos'altro anziché farsi racconto autonomo.
e la fine:
L’oggi è tutto ciò che si vede, se si vuol vedere, camminando. L’oggi, nella sua essenza, ciò che è visibile senza sovrastrutture concettuali è il dominio visivo di Pietro Motisi. Nel suo viaggio, non ha ricercato luoghi esotici, caratteristici, tipici, storici e, se ci sono, li ha celati. Gli elementi del paesaggio, erosi dalla luce naturale o artificiale, si manifestano nell'uso e abuso quotidiano di chi vive il territorio, sono lì, almeno in quell'oggi in cui Pietro Motisi li ha fotografati.
di una mia nota per il catalogo della mostra SUDLIMAZIONE di Pietro Motisi presso la galleria fotografica P46 di Guido Risicato e Giuliano Bora.










Inaugurazione sabato 19 luglio alle 18.

La mostra sarà visibile tutti i giorni, 10.00/13.00 15.00/18.00, fino al 31 agosto in Via al Porto 46 Camogli (Genova).
-

10 luglio 2014

0010 [HERESPHERE] Mauro Francesco Minervino | Benvenuti nell’era del realismo da divano

di Salvatore D’Agostino 

Succede che, un video amatoriale pubblicato su YouTube possiede il canone del giornalismo del nostro tempo ovvero la capacità di trasformare una notizia in evento mediatico. Non importa il tipo di notizia perché, superata la soglia da notizia in evento, tutto si confonde: l’inaspettata sconfitta del Brasile, le confessioni del nuovo presunto mostro dell’adolescente Yara Gambirasio e il presunto inchino, davanti la casa di un veterano dell’ndrangheta, della statua della Madonna a Oppido Mamertina diventano gli eventi necessari per proiettare, nei diversi contenitori di massa, il realismo più redditizio per un’economia dell’informazione basata sulla quantità di ascolti o di accessi web o copie vendute. Dal momento in cui la notizia supera il limite e si trasforma in evento inizia il tormentone, fino all’arrivo di un’altra notizia-evento, spalleggiato dai migliori opinionisti. 
-

12 giugno 2014

0009 [HERESPHERE] Ciro Corona scrive a Roberto Saviano: Robbe' è Scampia la risposta alla fiction

di Salvatore D'Agostino

Ci sono luoghi, mai attraversati, che tutti pensiamo di aver visto grazie alla ridondanza dei media che li ha scolpiti nel nostro immaginario visivo, Scampia è uno di questi, forse il luogo più visto ma mai visitato d’Italia.

Scampia, negli ultimi anni, è diventato il set ideale dove girare tutti i luoghi comuni - gli stereotipi, le dietrologie, i titoli per nutrire la pancia dei non lettori, rimarcare le differenze di un sud senza speranza - del circo ‘mediatico’. 

Scampia ‘la vive’ Ciro Corona che da anni con l’associazione ‘(R)ESISTENZA’ è entrato in guerra contro l’illegalità e la sua cultura camorristica. Una guerra, non un’indignazione sferzante magari arguta ed emotivamente coinvolgente da chi sta seduto comodo sul divano di casa. Quella di (R)ESISTENZA è una guerra fisica, concreta, difficile, attiva che non accetta la mistificazione e la semplificazione di chi immagina ciò che non vive.

V’invito a leggere la lettera che Ciro Corona ha spedito, usando la bacheca di facebook, a Roberto Saviano sceneggiatore della fiction ambientata a Scampia (una lettera - heresphere - dove Ciro Corona dice: questo è l’intorno di Scampia, adesso, in questo in momento):

Ciro Corona

Caro Roberto,
mi ritrovo a riscriverti a distanza di un anno con la consapevolezza che nemmeno questa volta raccoglierai l'appello né ci sarà mai risposta. Negli ultimi giorni ci si ritrova in una nuova "faida del bene", dove chi dovrebbe essere garante di una "rete", di un lavoro di squadra, sembra essere schierato in trincea pronto ad aprire il fuoco sull'altro. Sembra, ma sappiamo che non è così. Allora facciamo un po' di chiarezza.








27 febbraio 2014

0035 [A-B USO] Mario Fillioley | Appena a sud da Siracusa

di Salvatore D’Agostino

Non-luoghi, superluoghi, iperluoghi, junkspace, generic city, anticittà, villettopoli, ecomostri, aree abusive, centri storici vs periferie sono i neologismi che la teoria urbana, in questi ultimi decenni, ha sentito l’urgenza di utilizzare per uscire fuori dagli ambiti specialistici e comunicare POP. Creando un’infinità di gadget lessicali per definire problemi complessi usando parole immediate e spendibili in pochi secondi.


Parole che il giornalismo urbano ha stereotipato trasformando la complessa geografia civica e sociale in luoghi tematici piatti e uguali. Una sorta di demenza teorica urbana che ha distrutto, se non annullato, il complesso rapporto dei luoghi con l’abitare, poiché «non si può parlare del mondo come se fosse tutto uguale» osserva Walter Siti1, non si può più parlare di luoghi e città usando tautologie critiche rassicuranti POP senza camminare a piedi e con gli occhi aperti.


Un camminare a piedi con gli occhi spalancati che ho ritrovato in un articolo2 di Mario Fillioley. In questi anni, Fillioley, ha percorso migliaia di volte la tratta che da Siracusa lo portava nella sua villetta abusiva di famiglia a pochi chilometri da piazza Duomo. Questo più che decennale andirivieni gli ha permesso di cogliere i cambiamenti che da A (villetta status symbol per i locali) si sta trasformando in B (luogo di turismo globale). Un mutamento che il teorico urbano POP avrebbe sintetizzato con le parole anticittà, abusivismo, villettopoli.











28 gennaio 2014

0012 [SQUOLA] Alessandro Anselmi: il disegno di architettura

La parola scuola è spesso un inciampo, il suo suono trae in inganno.
Non di rado viene scritta sbagliata.
Squola è un errore ed è il nome di questa rubrica.
di Salvatore D'Agostino

Marco De Rossi a quattordici anni - insieme a Edoardo Biraghi – ha creato Oilproject per realizzare un sogno:
«Il sogno è che entro dieci anni tutte le lezioni tenute nelle scuole e nelle università pubbliche vengano condivise online a beneficio, ad esempio, di chi vive in zone con una scarsa offerta didattica, combattendo così il digital divide culturale italiano. La qualità delle lezioni è giudicata dal pubblico attraverso votazioni e meccanismi di valutazione fra pari.»*
Oilproject nasce nel 2004 ed è una scuola gratuita online dove docenti, ma non solo, possono proporre contenuti. Tra i molteplici corsi che riguardano i temi dell’architettura si distinguono delle lezioni, pre era web, tenute da Bruno Munari a Venezia nel 1992. Con il moltiplicarsi dei canali video il sogno di dieci anni fa di Marco De Rossi si è sviluppato all’infinito. Oggi è possibile avere come insegnante Bruno Munari o Steve Jobs, il suo discorso ai neolaureati di Stanford del 2005 insegna più di molte lezioni frontali ascoltate sui banchi di scuola. Come le conferenze annuali TED, tradotte in quasi tutte le lingue del mondo, condividono «ideas worth spreading» (idee degne di essere diffuse) e le finestre aperte del MIT, attraverso i video del medialab, ci regalano ore di buone lezioni online.

Senza i video amatoriali caricati da uno studente, prima su YouTube e poi su Oilproject, Stefano Bartezzaghi, forse, non gli avrebbe dedicato un capitolo del suo libro L’elmo di Don Chisciotte – Contro la mitologia della creatività e noi tutti non avremmo avuto la possibilità di ascoltare – come sospesi in un tempo non più fisico ma digitale – le sue lezioni. 

Approvando i sogni di diffusione delle idee accessibili a tutti in rete, a un anno dalla morte di Alessandro Anselmi, condivido una sua lezione sul disegno di architettura, ripescata dal centro audiovisivo IUSA voluto dal critico e storico d’arte Eugenio Battisti della facoltà di Architettura di Reggio Calabria.


di Isidoro Pennisi

Il documento in questione è la sbobinatura (ndr qui la storia) di un contributo di Alessandro Anselmi, offerto ad una rassegna di interviste realizzate a diversi architetti italiani, protagonisti del dibattito degli anni settanta e ottanta del secolo scorso e prodotte dal Centro Audiovisivo dello IUSARC di Reggio Calabria. In quest’intervista Anselmi affronta un tema ricorrente in quel periodo: come superare procedure, approcci ed anche risultati architettonici derivanti dalle ricadute più tarde del Movimento Moderno, per proporre nuove prospettive ritenute un po’ da tutti necessarie. È giusto dire che a livello generale e generazionale questo tentativo non fu assolutamente incisivo e maturo ma, più che altro, rappresentò una forma di reazione ad aspetti e temi che i giovani protagonisti dell’epoca non capirono sino in fondo. La questione del Movimento Moderno, infatti, era già stata elaborata e forse già superata dai maestri italiani del dopoguerra. Comunque li si giudichi, infatti, è indiscutibile che la loro posizione di “continuità” fu tutt'altro che acritica. Anzi, è forse il taglio della loro riflessione che caratterizza lo sforzo compiuto e il debito che tuttora noi abbiamo. Uno sforzo riconosciuto oltre frontiera, ma non da noi.

È in questo frangente, quindi, che crescono e si affermano una serie di architetti italiani, tra cui Anselmi, che fondano il loro tragitto esattamente sul rifiuto, anche radicale, di questa eredità italiana organizzata intorno alla scuola romana e milanese della prima parte del novecento. Anselmi, però, a mio modo di vedere, è forse l’unico tra questi che offre una via originale e meno ideologica. Il documento in questione, pur nella sua brevità, ha una sua importanza perché tra le righe è possibile intuire l’idea di questo approccio originale che può essere riassunto in questa maniera: l’architettura si fonda sulla soggettività e sull'esattezza, se la sua soggettività artistica risiede nel vedere gli uomini e la storia umana dietro i segni che organizziamo, la sua esattezza sta, soprattutto, nella scientificità con cui analizziamo e costruiamo lo spazio architettonico; una scientificità non matematica ma fondata sul disegno e sulla storia delle forme artificiali. 

Alessandro Anselmi

prima parte



L’intervista fa parte di un materiale documentario prodotto in occasione della Mostra Architettura Italiana degli anni settanta, curata da Enrico Valeriani e Giovanna De Feo, ed esposta presso la Galleria di Arte Moderna di Roma e la Triennale di Milano nel 1981*

14 gennaio 2014

0014 [WILFING] Due punti

di Salvatore D'Agostino
«Sono un blogger e un entusiasta degli spezzoni di narrativa associati casualmente, ma mi è sempre stato chiaro che il contenuto di un blog ha una vita corta. È come recitare una stand-up comedy.» (Bruce Sterling)1
Wilfing Architettura è una parte del mio tavolo da disegno che vive in rete. E, come sul mio tavolo da disegno, transitano progetti e idee con vite alterne: alcuni si dissolvono in poco tempo, altri stentano a partire, qualcuno resta a lungo. I più efficaci sostano poco tempo. C’è anche qualche amara eccezione: idee che non ho mai realizzato e che altri, nel frattempo, hanno concretizzato meglio di me. Progetti e idee che, osservati a distanza di qualche anno, se non mese, appaiono logori, forse un po’ inutili, imprecisi, ingenui, ma conservano l’energia spesa rincorrendo l’ossessione di un pensiero.

Per questo motivo, quasi annualmente, ho la necessità di fare ordine sul mio tavolo web. Quest’anno ci sarà solo una novità grafica: un secondo punto sull’header (titolo).


Poiché cercherò di lavorare su due punti:

31 dicembre 2013

Dieci cose che cercherò di fare grazie ai consigli di Add This

di Salvatore D'Agostino

Dieci cose che cercherò di fare il prossimo anno grazie ai consigli di Add This: 10 Tips to Make Your Content More Engaging

Nel frattempo buon tutto a tutti.








1. Fregarmene dei dati
Per due motivi: elimina l’ansia dei grandi eventi e perché l’architettura è un affare per onanisti. Due esempi per capirci: 
  • l’intervista che pochissimi lettori avevano visitato o letto a Walter Siti una sera ha registrato un picco di visite solo perché lo scrittore stava parlando da Fabio Fazio;
  • molti link hanno balzi improvvisi di visita provenienti dai siti porno.
2. Non essere accattivante
Non limitare la libertà.

3. Non essere utile
Delegare i sermoni sull'architettura ai buoni samaritani.

16 dicembre 2013

0053 [SPECULAZIONE] Un post dialogo con Luca Zevi curatore del padiglione italiano della XIII Mostra Internazionale di Architettura di Venezia 2012

di Salvatore D'Agostino

Il primo agosto del 2012 avevo proposto un’intervista a Luca Zevi, allora neo-curatore del padiglione italiano della XIII Biennale di architettura di Venezia 2012, ma per varie peripezie web le risposte sono arrivate il 6 dicembre 2013, qualche giorno dopo la nomina di Cino Zucchi1 come prossimo curatore del padiglione italiano 2014.

Ricordo che Luca Zevi aveva ‘articolato’ la sua esposizione in tre racconti:

L’oggi.
La narrazione del rapporto tra architettura, crescita, innovazione e industria: da Adriano Olivetti all'Architettura del Made in Italy.

Il futuro.
La proiezione vero il futuro: la sfida di Expo 2015.”Nutrire il pianeta” diventa una straordinaria occasione di riflettere sul rapporto tra territorio e ambiente, città e produzione agricola, e sul senso del “progetto” nel nord e sud del mondo.

La sfida.
Il Padiglione Italia, tradizionale sede della “mostra”, diventa prototipo di un nuovo modo di abitare che tiene insieme cultura dell’ambiente e green economy.








Tra analessi e prolessi ecco l’epilogo: