08 luglio 2009

0003 [OLTRE IL SENSO DEL LUOGO] POISON.GALORE di Sergio Polano

Salvatore D’Agostino:
  • Qual è l’architetto noto che apprezza e perché?
  • Qual è l’architetto non noto che apprezza e perché?

Scusi l’invadenza.

Qui l’articolo introduttivo




POISON.GALORE di Sergio Polano:
Caro D'Agostino,
non è affatto invadente ma il problema è che da qualche anno mi interesso assai poco di architettura e quindi non sono in grado di darle le risposte che si attenderebbe.
Cordiali saluti e auguri per il suo blogging!

SD:
Grazie,
lo stesso.
Il mio blogging è quasi necessario ed è dettato dall'indifferenza della critica italiana nei confronti di questo strumento (solo da qualche mese, grazie all’apertura dei blog di Abitare e Domus, qualcosa sta cambiando).
Va ricordato che l’indifferenza è giustificata, perché molti blogger scadono in beghe personali, scrivendo dei propri gusti personali e dimenticandosi dell’approccio critico.
Ahimè, siamo italiani anche in questo e come succede per i giornalisti amiamo l’opinionismo e non la profondità critica.
So già che mi mancherà la sua risposta, come il suo acume critico, anche per queste domande che volutamente ho reso banali. In quest’inchiesta mi occorre capire.
Un caro saluto,
Salvatore D’Agostino

PG/SP:
Son d'accordo con lei: il blogging è necessario ed è penoso constatare l'indifferenza e il ritardo delle riviste (e degli editori) nei confronti del fenomeno blog.

Le allego un mio testo del 1992, sperando le giunga gradito, con i miei migliori auguri: insista!

Sergio Polano

Pamphlet per Pamìo

Allo scandaglio costante delle riviste italiane di settore, da quelle un po’ nojose stilées blasonate fino alle sgargianti chiaccherine moderniste, agli occhi cioè di quegli organi deputati alla ricognizione se non anche alla visione critica dell’architettura contemporanea nel nostro paese sembrano sfuggire ampie aree della produzione edilizia (o è solo un rifuggirne?).

Una specie di opacità percettiva ma fors’anche un malinteso pouvoir di discriminazione elettiva, unito a questioni di clan e alla scarsità di tempo o voglia, paiono impedire a molti redattori, commentatori, opinionisti di azzardarsi al di fuori di recinti sicuri e di prevedibili scelte, per rischiare di conoscere e far conoscere (e di sbagliare, pure, come s’attaglia a ogni ricerca) non solo temi scabrosi ma anche soltanto nuove opere e progettisti diversi da quelli di repertorio, che sappiamo bravi anzi bravissimi.

Problematico allora capire da tali fonti se la generazione vorace e forse un po’ cinica di grandi professionisti-accademici che domina la scena da decenni, indeformabile come i nostri politici, ha saputo allevare almeno qualcuno delle generazioni successive a fare architettura (buona, magari, cioè civile), se esistono dei “giovani” che non siano cinquantenni, se chi si affaccia alla professione deve attendersi solo delusioni, frustrazioni, corruzione e papocchi o non vi siano ancora ragioni per impegnarsi in un lavoro complesso e affascinante come pochi, se gli ordini professionali non possono svolgere un ruolo diverso da quello corporativo-passivo.

Difficile così cercare di mettere a fuoco trasformazioni, mutazioni e ibridazioni del mestiere e della formazione, come il processo di progressiva (auto)delegittimazione che ha finito concausalmente per affidare la costruzione dell’Italia o ai geometri o agli ingegneri, come il paradosso del numero straripante di studenti-architetti e di laureati-architetti rispetto al resto d’Europa, come la straordinaria capacità di adattamento di questa bizzarra e a suo modo creativa fauna, come la mostruosa incapacità dell’università di dare accesso a giovani studiosi, di adattarsi a forme diverse del lavoro, di cercare di rispondere a esigenze elementari degli studenti.

Arduo perciò cercare di capire, tra l’altro, che cosa accade nelle 100 città d’Italia, di intendere come mutano e crescono i 1000 borghi del Belpaese, di prefigurarsi criticamente quale destino (e magari tentare di modificarlo) attende gli insediamenti e il paesaggio, e con loro gli uomini e una cultura urbana secolare.

Ad esempio, c’è da scoprire (quasi) tutta l’Italia delle regioni e delle province di marginale collocazione geografica, delle città e cittadine di media o modesta tagliadimenticate o meglio ignorate dalle riviste pel timore forse di uno strapaese – ove le attività edilizie si sono espresse e talora ancora fervono con vena (non solo quella affaristico-quattrinaia delle ville con patio, delle residenze a schiera, dei quartierini di secondo-terze case, ma neanche solo del mattone bene-rifugio per un parsimonioso prudente popolo di proprietari come siamo e neppure quella criminal-speculativa di tanti ghetti periferici) ben diversa dai grandi capoluoghi, dalle metropoli, dalle capitali politiche, morali, industriali: i luoghi secondari, insomma, ove tradizioni e esperienze locali si sono dipanate nel tempo con significative derive genetiche, lente eco, interpretazioni riflesse ma non meno significative.

SD:
Credo che il nostro dialogo informale e il suo articolo di diciassette anni fa siano la risposta perfetta per il mio quesito.
Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail.
Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto.
Aspetto una sua risposta,
SD

P:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.

PG/SP:
Se mi autorizza, vorrei pubblicarli, sfrondando solo alcune parti del colloquio via mail.
faccia pure, sfrondando opportunamente, la autorizzo - quando ha fatto, mi segnali il post, grazie in anticipo

Grazie per la chiosa finale ‘insista!’ poiché in Italia ci si stanca sempre presto.
stando a Lessing: "Genie ist Fleiss", "Genio è assiduità"

P:S.: Eventualmente mi occorrono i dati bibliografici per la citazione del suo testo.

da Pamphlet per Pamìo, in Roberto Pamìo architetto, Vianello, Treviso 1992, snp (qui il link del libro)

SD:
Sarà avvisato opportunamente.
Grazie,
Salvatore D’Agostino

Colloquio avvenuto tramite mail tra il 12 e il 13 giugno 2009

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5 commenti:

  1. ---> Sergio Polano,
    di quel 1992 ricordo il 17 febbraio quando con l’arresto dell’ingegnere Mario Chiesa ebbe inizio l’inchiesta ‘Mani pulite’.
    Allora frequentavo l’università e c’era la sensazione che qualcosa stesse cambiando ma dopo diaciasette anni il suo scritto appare raccontare un’Italia che sembra essere rimasta congelata nelle sue virtù da strapaese, perché gli è mancato il coraggio di cambiare scegliendo la strada più congeniale alle sue aspettative, il ‘vitellonismo’.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  2. Non saprei valutare (e non spetta a me) cosa appaia raccontare il mio testo, ormai lontano nel tempo come data di scrittura e nel pensiero come oggetto di attenzione. L'intento, in ogni caso, era sottolineare la poca attenzione critica - in generale - nei confronti dell'Italia delle 100 città, fenomeno che non mi sembra cambiato dopo quasi due decenni. Continuo a credere che la notevole, se non prevalente attenzione alle opere di successo del circo delle archistar e loro seguaci sia una manifestazione di provincialismo, che si ritrova anche nelle denominazioni assunte dai vari raggruppamenti di professionisti italiani: più che uno strapaese, mi pare che da noi trionfi lo strainternazionalismo. L'invito a guardare di più in casa era ed è auspicio di valorizzare le qualità progettuali (se e ove ci siano) di chi è poco visibile perché non si agita troppo con la stampa di settore (badando a lavorare al proprio mestiere), non certo di chiudere lo sguardo a orizzonti ristretti. Per far ciò, forse bisognerebbe che chi se ne occupa nei media potesse dimenticare quel che è di moda e va per la maggiore: l'architettura (e le arti in generale) mal si accorda col fascino dei trend del momento.

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  3. ---> Sergio Polano,
    sull’ultimo Lotus n. 138, vi è un interessante saggio di Umberto Eco dal titolo 'Sulla fine del design’, (pp. 115-120) ti cito il finale: «Le forme postmoderne sono possibili non perché si oppongono al design moderno né perché si sono assoggettate a una idea deteriore di design, ma perché il design “buono”, in cui la forma segue e comunica la funzione, è morto.
    Spero di essere stato più apocalittico di Gregotti. Anche se, come ho detto, sono un apocalittico cinico, e la radio alla Mazinga, che sta suonando Beethoven mentre scrivo, mi piace moltissimo.»
    Per Eco la digitalizzazione degli oggetti ha privato l’oggetto dal dover rappresentare qualcosa con la propria forma.

    Condivido il tuo pensiero: «Continuo a credere che la notevole, se non prevalente attenzione alle opere di successo del circo delle archistar e loro seguaci sia una manifestazione di provincialismo […]»

    A mio avviso abbiamo smarrito la lezione suggerita dai primi designer italiani (spesso sottovalutati perché sapevano mediare con la volgare industrializzazione degli oggetti) il quale rricreavano il proprio contesto con un sentimento internazionale (non subìto ma reinventato). Basta osservare lo studio dei Fratelli Castiglione per capire questo processo (artigianato/internazionale) degli artigiani (locali, milanesi, evitiamo i falsi concetti d’identità italiana) che influiscono sulle idee internazionali.
    A tal proposito occorre fare altri esempi:
    le invenzioni dagli origami alle elaborazioni al computer di Bruno Munari;
    l’utilizzo dei nuovi materiali di Marco Zanuso e la sua casa per le ferie estive ad Arzale in Sardegna;
    la beat generation, gli oggetti, le case e i disegni di Ettore Sottsass;
    Gente che ha saputo dialogare con gli ‘orchi industriali’.
    Gli architetti che 'ostentano l’internazionalizzazione' non sanno dialogare con il loro referente principale l’orco ‘cementificatore’.
    Dobbiamo ricordare che l’orco ‘cementificatore’, in Italia, sovente è la mafia.
    Recentemente un povero giullare di nome Giulio Cavalli (milanese) ha denunciato (attraverso il suo teatro) che la mafia è anche al nord, non è solo una questione di profondo sud.
    Da qualche mese è sottoscorta.

    C’è più di qualcosa che non va, ma le nostre riviste non possono trattare questi argomenti poiché sono poco ‘glamour’.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  4. caro salvatore,
    Polano si legge e rilegge sempre volentieri.
    quanto alle 100 città, la penso come lui.
    l'identità italiana è nelle cento città e nelle mani di chi le ha costruite e le costruisce ogni giorno.
    sarebbe interessante che tu organizzassi un meeting uno di questi anni. magari in una delle 100 città. oppure, cosa che già fai, mettendo in rete le 100 città.
    un saluto
    Paolo

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  5. ---> Paolo,
    «Affrontando un altro argomento importante, preme sottolineare come la guida non voglia essere espressione di una tendenza, non intenda difendere una particolare interpretazione dell’architettura. Pur essendo l’inclusione delle varie opere conseguenza inevitabile di un giudizio (più o meno diffuso, accettato, consolidato) si è tentata la via di un ecumenismo critico, per restituire senza pregiudizi ideologici o formali le plurime articolazioni delle esperienze architettoniche italiane del secolo, per non rinunciare all’ampiezza di latitudine delle realizzazioni che esemplarmente (nel bene e nel male, dunque) hanno segnato importanti tappe dell’arte del costruire in Italia del Novecento.» Sergio Palano, Guida all’architettura italiana del Novecento, Electa, 1991, pp.8-9.

    A mio avviso occorre dar forza agli architetti delle 100 città per capire che già esiste un processo latente che è semplicemente emarginato.
    Un processo che forse non rispecchia più il concetto retorico dell’identità italiana.
    Meeting? Io continuo a dar voce attraverso il blog.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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