28 giugno 2011

0045 [MONDOBLOG] Attraverso mail: Luigi Prestinenza Puglisi

di Salvatore D'Agostino

La presS/Tletter è nata nel 2003 da un'idea di Luigi Prestinenza Puglisi; da allora viene recapitata, più o meno puntualmente, in molte caselle di posta elettronica di architetti e affini.
La presS/Tletter tecnicamente è una ‘E-zine’ ovvero una ‘rivista’ distribuita attraverso mail.
A proposito della scrittura in rete, nel suo corso di scrittura critica Luigi Prestinenza Puglisi sostiene: «Se per la carta stampata il limite dell’attenzione è 3600 battute, la lunghezza di un editoriale, per internet è circa 2000, lo spazio di un commento». Il colloquio* che seguirà è di 34.600 battute.





Salvatore D'Agostino Iniziamo citando la fine del tuo libro 'HyperArchitettura. Spazi nell'età dell'elettronica' (1998)1:
«Quali sono i percorsi del computer?
Lo sapremo solo quando li avremo sperimentati. Tuttavia già da adesso possiamo fare una ipotesi: che la ricerca imposta all’architettura dal linguaggio elettronico verta sulla mutazione; lo abbiamo visto attraverso le opere pur tra di loro così diverse di Koolhaas, di Ito, di Eisenman, di Libeskind, della Hadid, di Arakawa.
Nel futuro, il computer permette e promette nuove esperienze nel campo della virtualizzazione, che della mutazione – come abbiamo visto – è il destino.
Se l’architettura, come sembra tentare, giocherà un ruolo importante in questo processo, potrà diventare spazializzazione e concretizzazione del divenire del pensiero. Allora nuovi orizzonti di linguaggio si apriranno.
E pazienza che molte vecchie parole del linguaggio architettonico al quale ci siamo abituati scompariranno o muteranno i loro significati sino a apparirci remote. In fondo, ha ragione il linguista John Austin: le parole, di per se, non significano niente. Sono i contenuti, è la vita, è il pensiero che vi gira attorno, che significano».
Una rivoluzione annunciata ma che in Italia sembra non aver portato cambiamenti sostanziali. Come mai?

Luigi Prestinenza Puglisi Quando ho scritto il libro HyperArchitettura, credevo che la realtà si modificasse attraverso mutamenti particolarmente bruschi, secondo la teoria dei paradigmi sostenuta da Thomas Kuhn; pensiero molto in voga in quegli anni.
Pensavo che l’architettura, essendo una forma di spazializzazione del pensiero, era uno dei modi attraverso cui l’uomo rappresentava le nuove realtà. Nel libro sostenevo che, vivendo nel pieno di una rivoluzione epocale, del passaggio dal meccanico al digitale, assistevamo a un processo di tipo paradigmatico che ci avrebbe portato a repentini cambiamenti del pensiero e a modi completamente diversi di vedere l’architettura.
Dopo tredici anni ho cambiato idea: oggi mi convince di più la tesi di Paul Feyerabend.
Secondo il filosofo della scienza austriaco, i mutamenti del pensiero non avvengono per improvvisi salti ma per un’evoluzione interna al pensiero stesso che ne sfrutta le insite ambiguità.
Non c’è mutamento, secondo Feyerabend, senza superamento dell’ambiguità e creazione di nuove ambiguità. Si tratta di un processo che non porta a cambiamenti epocali e, come nel caso dei paradigmi kuhniani, tra loro non commensurabili ma a una continua ridiscussione, anche se attraverso salti epistemologici molto più contenuti, del pensiero.
Io credo, in aderenza a questa tesi, a mio avviso più convincente, che la rivoluzione non ci sia stata e che non si sia determinato un prima e un dopo netto.
È avvenuto un percorso di tipo evolutivo, per usare una parola non priva di ambiguità, che qui utilizzo in un’accezione non teleologica, cioè che vede il nostro mondo più interessante e complesso da esperire e capire ma certo non più vicino al raggiungimento di un fine ultimo.
Se vediamo tutti questi micro cambiamenti, ci accorgiamo che l’architettura ha seguito un percorso a zig e zag, che non può essere graficizzato da una linea retta ma varia con incrementi in negativo e positivo con repentine fermate e altrettanto repentine ripartite.
Nella metà degli anni novanta all’estero e un po’ più tardi in Italia, tra il 2002 e il 2003, dopo una serie di queste rilevanti ma non paradigmatiche modifiche, c’è stata una fase di stasi. Probabilmente oggi stiamo vivendo un momento di pausa, di riflessione e di riflusso.
Ma ciò nonostante oggi l’architettura rispetto agli anni 80’ è molto diversa.
Non credi?

Sì, con una variante forse tutta italiana, nell'aver assorbito il palinsesto tecnologico passivamente. Abbiamo osservato ciò che è avvenuto, recependo tutte le piattaforme Web da google, facebook a Twitter o le applicazioni CAD e grafiche create da universitari e università o tecnologici non italiani.
Siamo fuori dal suo sistema ideativo creativo e questo si ripercuote nell’architettura. Pigiamo il tasto con la sua ‘icona’, senza aver mai partecipato alla creazione dei codici, siamo e restiamo architetti da default.
Forse, come dicevo, ricalca la caratteristica italiana: fatta di piccoli studi di architettura, spesso familistici e artigianali; che lavorano per complessità locali e non globali, con una politica nazionale imbrigliata nell’emergenziale più che nel progettuale.
L’Italia non è mai stata comprimaria, ma neppure partecipe a questo movimento ‘concreto’ che si annunciava come rivoluzione.

Su questo aveva ragione Edoardo Persico che più o meno diceva:
«la peggiore caratteristica degli italiani è di non credere a nulla».
L’architettura italiana, per quanto sia difficile parlare dei caratteri nazionali, è sempre stata caratterizzata da:

- arrivare tardi sulle cose;

- non crederci mai completamente.

Da qui il suo insito eclettismo e conservatorismo.
Si può dire che i progettisti italiani in prima battuta rifiutano le novità, che vengono scomunicate. Poi visto che avanzano in tutto il mondo, gli stessi capiscono che devono aggiornarsi e cercano di assorbirle, ma senza rinunciare alle proprie abitudini ed idiosincrasie.
Ricordo quando venne inaugurato il Guggenheim di Bilbao. Diversi professori, che adesso negano tutto, bofonchiavano: «questa non è architettura, sono pazzie».
Ricordo un docente che nel mezzo di una sessione di tesi sbottò sostenendo che Zaha Hadid fosse una pazza scatenata e inaffidabile. Molti addirittura dubitavano che il MAXXI potesse reggersi in piedi.
Poi, con il tempo gli stessi professori, dopo aver constatato che si trattava di posizioni insostenibili hanno assunto un atteggiamento più morbido. E hanno cercato di integrare il nuovo all’interno di un sistema di valori consolidati, per cui va bene Zaha Hadid e va bene Franco Purini; va bene Frank Gehry e va bene Vittorio Gregotti.
Esattamente come durante il fascismo, il movimento moderno prima venne sbeffeggiato e poi, ma con somma prudenza, accettato dagli architetti di regime i quali capirono che lo dovevano integrare nel solco della tradizione classicista, dando vita a un atteggiamento compromissorio ed eclettico.
Basta pensare alla nascita della parola “mediterraneità”. Non era altro se non il tentativo di assorbire le novità della semplificazione senza allo stesso tempo perdere un rapporto con la tradizione consolidata.
Atteggiamento che ritroviamo anche nel campo del design, anche se forse con migliori risultati. In effetti i designer italiani hanno una grande abilità nel saper mischiare le cose.
L’atteggiamento eclettico può essere giudicato in negativo e in positivo: in negativo perché è sintomatico dell’incapacità di saper credere in qualcosa di preciso; in positivo poiché in alcuni e pochi momenti magici permette di creare ibridi ben riusciti.
Gli ibridi, com’è noto, a volte sono dei mostri a volte invece oggetti di grande interesse.
Ti faccio un esempio in positivo: pensa a Renzo Piano, parte come high tech, poi – sarà per la sua natura italiana – fa un passo indietro e adesso se guardi le sue architetture sono diverse da quelle di Richard Rogers. Questo passo indietro gli ha permesso di lavorare sull’umanizzazione della tecnologia, recuperando la tradizione artigianale. I risultati sono mediamente eccellenti.
Forse quest’aspetto compromissorio è tipico di tutta la cultura italiana. In politica pensa per esempio al partito di “lotta di governo” oppure alle “convergenze parallele”. Oppure al fascismo che voleva essere futurismo e passatismo in chiave romana.
Il tentativo di conciliare sempre passato e futuro e gli opposti garantisce nei casi peggiori un minimo di umanità. Come avvenne con il fascismo, più eclettico e compromissorio, rispetto al nazismo, più integralista e totalitario.
Oppure in anni più recenti: quando rispetto alla fosca purezza del comunismo di oltre il muro, in Italia, si ebbe il comunismo alla Enrico Berlinguer.
Voglio dire, senza voler salvare niente, questo atteggiamento italiano da un lato è una maledizione, dall’altro lato è anche una salvezza, che consente una qualità della vita, per certi aspetti, superiore a quella di sistemi concettualmente più massimalisti.
In Italia un Rem Koolhaas, una Kazuyo Sejima o un Frank Gehry forse non ci saranno mai.
 

Nel libro - scritto a più mani - 'La generazione della rete' del 2003, avevate presentato questi 14 studi: A12, amgod#n, Alessandro Carbone, Centola & Associati, Cliostraat, Greco Onori Oppici, HOV; ma0/emmeazero, Mantiastudio, Gianluca Milesi, nicole_fvr/2A+P, Spin+, Stalker e UFO.
A che serve parlare di nuove generazioni per un critico di architettura?

Io credo che a venti, trent’anni, si abbia una grande energia, l’entusiasmo e la capacità di capire le cose più in fretta. Questo in linea generale. Poi ci sono ventenni che hanno vent’anni di età, ma di testa ne dimostrano novanta e novantenni che hanno una testa da ventenni.
Ma è indubitabile che quando sei giovane hai una visione più aperta, più autentica, più generosa della vita.
Le grandi invenzioni nascono allora. I matematici a quarant’anni sono considerati vecchi, i grandi scienziati hanno avuto le idee più brillanti si può dire quando avevano i calzoni corti.
Io stesso, per parlare non più di grandi ma di persone normali, invecchiando, noto che ritorno a tutte le intuizioni che avevo a venti, trent’anni.
Inoltre, quando si è giovani gli aspetti economici contano di meno e contano più le idee. Poi a un certo punto scopri il bisogno della comodità. Hai meno energie. Hai meno entusiasmo. Vuoi trovare lavori meglio remunerati. E cerchi di galleggiare sopra i flussi di una società che ti richiede spesso più operatività che riflessione.
Detto questo, non vuol dire che non bisogna valorizzare e a volte riscoprire gli architetti più vecchi.
Inoltre, se ci fai caso, le persone che in età tarda sono più creative, sono spesso state messe da parte dalla critica ufficiale E questi architetti apparentemente sconfitti o emarginati sono più interessanti di quelli che appartengono ai partiti vincenti e sono veicolati dalla critica ufficiale.
Bisogna infine considerare che i giovani invecchino e non solo d’età. Pensa oggi ai quarantacinquenni. Erano molto più interessanti quando avevano trent’anni. Più o meno dicono le stesse cose che dicevano prima, solo che adesso sono stanchi, si sono incarogniti, hanno imparato i trucchi, sono più disposti a svendere le loro idee, sono incapaci di avere degli scatti. Ecco perché bisogna sempre cercare tra i giovani e prima che invecchino. Perché sono freschi. Per esempio questa idea della ‘nuova semplicità’ che adesso gira tra i trentenni è molta vicina all’idea di grado zero dell’architettura. È un tema sul quale nel prossimo futuro probabilmente si lavorerà. 

La prima e-mail fu inviata da Ray Tomlinson nel 1971, con l’intenzione di facilitare la comunicazione scientifica tra le università. La presS/Tletter nasce nel 2003 inizialmente con gli stessi obiettivi: facilitare la comunicazione scientifica tra le università?

No, non nasce per facilitare la comunicazione scientifica tra le università. Io insegno all’università ma come esterno. E se lo faccio è perché trovo affinità più con gli studenti che con gli insegnanti.
Ho cominciato ad insegnare a diciannove anni in un liceo. Poi ho lasciato perché ero pagato troppo poco per vivere ma mi è rimasta la passione.
All’interno dell’università sono sempre stato un personaggio non organico: amo troppo dire quello che penso e per il gusto di dire a un cretino che è un cretino – e all’università, grazie a dio, non mancano- mi giocherei il posto. Motivo per il quale non ho mai partecipato a un concorso a cattedra.

Perché nasce la presS/Tletter?

La presS/Tletter nasce per far circolare le idee.
Perché credo che il critico sia un ‘nodo’ e non un ‘cancello’.
L’accademico, salvo poche eccezioni, è custode di un cancello che apre con molta cautela in cambio di qualcosa, in genere prestazioni di vassallaggio.
Lo studente per passare oltre il cancello prima deve lavorare su ricerche del docente, con la promessa di pubblicazione su riviste di quart’ordine. E il rapporto spesso inizia con la tesi: Vuoi farla con me? Devi lavorare quattro anni.
Solo così il vassallo può entrare all’interno di questo circuito, dove l’informazione è lesinata.
Anche la rivista Casabella, riproduce quest’idea del club per pochi eletti.
Il nodo è tutt’altro. Non è un deceleratore di energie. Non è un selezionatore di quella saggezza che viene distillata attraverso la continua lesina, una lesina che oltretutto non ha motivazioni solo di tipo culturale.
Il nodo è un moltiplicatore di concetti e di contatti.
Chiunque mi chiede un numero di telefono io glielo dò; se capisco che una persona vuole entrare in rapporto con un altro, io cerco di farlo; se vedo un progetto, anche se non è eccellente, ma che ha alcune cose da dire cerco di farlo pubblicare.
Perché credo che accelerando l’energia del sistema si producano cose migliori che decelerandolo. Prima le idee, se promettono di essere di un qualche interesse, si accolgono, poi in un secondo momento verranno valutate più approfonditamente.
Insomma, la presS/Tletter nasce perché internet è il mezzo ottimale con cui si possono combattere le logiche del cancello, che – cerco di dirlo ancora più chiaramente - spesso sono logiche paternaliste o peggio mafiose.

Nel febbraio del 2005, Paolo G.L. Ferrara su antithesi, scrisse un articolo dal titolo PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid, ne riprendo l'incipit:
«Ma anche nella PresS/Tletter c’è qualcosa che non quadra: le interviste ai protagonisti sono più da rivista popolare che non da giornale critico. Pochi degli intervistati hanno saputo trasmetterci con poche parole il loro pensiero (Purini, Pica Ciamarra, Savi, e pochi altri). Soprattutto, sono interviste poco educative per i giovani architetti: domande del tipo “il nome di un edificio famoso che non le piace affatto”, senza che chi risponde possa approfondire i “perché”, nascondono insidie di grandi fraintendimenti, oltre a non essere, francamente, di spessore critico. Il “gioco dell’aereo” è poi davvero da evitare, tanto privo è di contenuti».
Anche se non ci sono più le interviste 'poco educative' la presS/Tletter ancora oggi si presenta con questa doppia anima tra la critica e la discussione informale.
Che ne pensi? 

Ferrara aveva ragione ma non considerava che dovevo lanciare la presS/Tletter e per lanciarla dovevo fare in modo che la gente s’incuriosisse.
Che si trattava di un lancio, lo dimostra il fatto che poi questo carattere più gossipparo è stato fatto scemare.
Le interviste sono servite, insomma, a fare in modo che la presS/Tletter diventasse uno strumento leader nella comunicazione. E per ottenere lo scopo la domanda maliziosa era perfetta.
Oltretutto non credo, e questo lo sostengo fermamente, che possa esistere una grossa differenza tra il pensiero e la vita, tra il divertimento e la cultura. Al filosofo che vuole dire parole profondissime sulla vita e poi fa una vita triste e banale, non credo.
Credo invece che la cultura non debba toccare solo le note alte ma anche coinvolgere i tanti aspetti dell’esistere, che sono il divertimento, lo svago, l’ironia e il modo disincantato di porsi rispetto agli eventi.
A che cosa serve, infatti, la cultura?
A farti vivere meglio. Se no, vuol dire che c’è qualche cosa di malato nel tuo futuro.
Per motivi simili non credo che quando uno scriva debba essere astruso o difficile. O per forza serioso. Se non c’è la dimensione umana, meglio lasciare perdere la cultura. Sarebbe non solo inutile ma dannosa.
Il mio modello della presS/Tletter, più che il testo noioso di filosofia, è il quotidiano. Amo il giornalismo più alto che è in grado di metterti a confronto con i tanti temi della realtà senza banalizzarla.
 

Il 19 febbraio 2010 moriva Vittorio Giorgini, personalmente l'ho conosciuto grazie alla presS/Tletter, trovando il suo libro 'La natura come modello' una piccola perla. Vuoi ricordarlo? 

Giorgini era un personaggio interessante, straordinario e dimenticato dalla cultura ufficiale. La sua opera meritava una lettura e una riflessione. Le sue idee, hanno anticipato tesi che oggi vanno per la maggiore. Oltre a Vittorio Giorgini andrebbe rivalutato Luigi Pellegrin. Ambedue avevano un’idea della forma singolare; non frutto dell’estro, ma modo di organizzare razionalmente la realtà. È un insegnamento nato dall’osservazione della natura, che è alla base del loro forte organicismo.
È un tema molto interessante e moderno, che punta all’equazione: forma uguale struttura uguale informazione uguale significato e tante altre cose.
Vittorio Giorgini è vittima della cultura tafuriana. Di un modo estremamente formalista e tradizionalista di vedere il mondo che ha rimosso decine di grandi personaggi. Per privilegiare invece mediocri quali Gregotti, Purini, Gae Aulenti. Quella Gae Aulenti che a mio parere non vale un decimo di Vittorio Giorgini.
Così come per esempio Semerani e Tamaro non valgono un centesimo rispetto a Luigi Pellegrin.
Altri grandi dimenticati sono Leonardo Ricci a Firenze, Giacomo Leone a Catania e Oreste Martelli Castaldi a Roma, un creatore quest’ultimo di ville straordinarie all’Argentario. E se ne potrebbero citare tanti.
Se penso alla grande considerazione, brava persona però mediocre architetto, che ha avuto Carlo Aymonino e paragono le sue opere a quelle di questi ultimi si ha la sensazione di come la visone tafuriana ed accademica abbia compromesso la lettura dell’architettura contemporanea in Italia.
Dimenticavo, tra i braci ci metto anche Lucio Passarelli, dimenticato forse perché catalogato tra i professionisti.
Sono stati elogiati invece oltre misura i vari Mario Botta. Guardate che cosa ha fatto questo ticinese alla ‘Querini Stampalia’ a Venezia. Un’opera pessima che ha compromesso la creazione di Carlo Scarpa.
Torniamo a Giorgini. Di lui si sapeva poco e, peggio, non si riusciva a salvaguardarne le architetture. Solo grazie ad una campagna pressante sulla presS/Tletter, la DARC gli diede un qualche peloso riconoscimento.


Traggo due spunti da un libro curato da Luca Monica ‘La critica operativa e l’architettura.2
Il primo di Emilio Battisti:
«Una considerazione: se fosse vero solo la metà di quello che ha detto (ndr riferito a Bruno Zevi), credo che lei, sulla base di una conoscenza sistematica ed acquisita che presuppone il saper dell’architettura contemporanea, dovrebbe essere il miglior architetto del mondo, ed invece non lo è. Quando lei ha composto il codice anticlassico ha contraddetto tutto quanto ha fin qui affermato e ha favorito proprio l’accademia all’interno del Movimento moderno. Mentre credo questo avesse già una sua metodologia di comportamento progettuale rigorosamente scientifica e precisa, che però non aveva carattere estetico ma operativo: proprio quella che una critica operativa avrebbe dovuto saper riconoscere e sostenere in quanto tale».
Non è detto che chi si sa scrivere sa anche parlare in pubblico o chi sa leggere sa scrivere. Sono abilità distinte. Spesso persone che sanno progettare sono dei pessimi critici e architetti mediocri sono dei buoni critici.
Per esempio Paolo Portoghesi, non credo che sia un grandissimo critico o un grandissimo storico, però è un uomo che quando si sente parlare è affascinante; è un uomo sopra la media ma come architetto è, a mio parere, infinitamente sotto. Nessuno penserebbe che uno con la sua cultura possa fare delle opere così – ripeto: è un mio giudizio - incolte.
Altro esempio: Franco Purini. Parla bene in pubblico ma ha la mano nera, secondo me fa anche degli errori marchiani di composizione. Vittorio Gregotti è un altro che vaneggia nello scrivere e nel progettare ma sicuramente è un uomo intelligente.
Quindi, non è vero che avendo un talento se ne abbiano altri.
Infine conosco dei bravi architetti che quando parlano non sanno mettere due parole in fila, ma non perché hanno difficoltà a esprimersi, ma a pensare in astratto.
Ma il pensiero non è solo quello astratto. Si manifesta in molti modi: anche attraverso forme più concrete, più manuali, più tattili.
Nel caso specifico, bisogna dire che il codice anticlassico di Zevi, faccio una forzatura rispetto a Zevi stesso (ricordo che su questo tema abbiamo avuto una corrispondenza; Zevi era una persona molto gentile, che quando gli scrivevo rispondeva sempre e spesso non eravamo d’accordo) i codici anticlassici siano principi morali non principi formali.

Il secondo spunto è la risposta di Bruno Zevi a Emilio Battisti:
«Codificare un linguaggio vuol dire necessariamente accademizzarlo? Nasce il sospetto che il professor Battisti non abbia letto il linguaggio moderno dell’architettura, né abbia ascoltato quanto ho detto; altrimenti avrebbe compreso che il codice moderno è costituito da una serie di “no”, di rifiuti, e serve a contestare l’accademia, a smentire e falsificare le sue regole. Ad esempio, oppone alla simmetria e all’assonanza l’asimmetria e la dissonanza. La simmetria è una regola, tanto che basta disegnare la metà dell’edificio e poi ribaltarla. L’asimmetria invece non è affatto una regola, perché le soluzioni asimmetriche sono infinite. Analogamente, il volume chiuso e lo spazio statico dell’accademia sono regole, dicono quel che si deve fare. Ma la rottura, la scomposizione della scatola edilizia e lo spazio temporalizzato non costituiscono regole, bensì semplici incentivi alle deroghe, che sono innumerevoli. In altri termini. La codificazione accademica è costrittiva e autoritaria, mentre quella del linguaggio moderno è liberatoria da tali costrizioni e democratica».3
Zevi ebbe un’intuizione straordinaria sulla quale io ancora rifletto: che lo spazio è una conquista della libertà. L’idea di vedere l’architettura come una modalità attraverso la quale si modifica il nostro modo di relazionarci al mondo credo che sia un’idea molto bella.
Apprezzo anche certe forzature che fece in seguito. Meglio una forzatura fatta in nome di una grande idea che non avere idee affatto.

A proposito del tuo recente editoriale Di cosa campa il critico?
Vorrei riprendere due episodi di cronaca giornalistica:

Primo episodio:
Nel novembre 2006 Camilla Baresani scrisse, sul domenicale del Sole 24 ore, una recensione negativa sul cibo servito nel ristorante di Dolce & Gabbana a Milano. Questi ultimi adirati ritirarono la loro pubblicità dal giornale e ne dissero 'di cotte e di crude' alla giornalista Daria Bignardi in una puntata di ‘Le invasioni barbariche’.
Dopo due mesi il ‘Sole 24 ore’ per acquietare gli animi, pubblicò una recensione positiva a firma di Davide Paolini. Qui
Il 6 febbraio del 2007 Camillo Langone (giornalista molto amato dagli architetti filologici e dell’identità italiana) ne parlò su Il Foglio e provocatoriamente affermò: «Avrei fatto lo stesso, se un giornale mi chiedesse un articolo benevolo, da cui dipendesse un contratto pubblicitario, io quell’articolo lo scriverei».

Secondo episodio:
«Gli imprenditori devono minacciare i media di non dare più pubblicità perché non diffondano la paura della crisi».
Silvio Berlusconi durante una conferenza stampa a palazzo Ghigi il 26 giugno 2009

Ribalterei la tua domanda chi è disposto a pagare una critica libera?

Il brano ‘di che cosa campa il critico?’ l’ho scritto perché è bene mettere le carte in tavola. Oggi fare critica è molto difficile. Per esempio: le riviste sopravvivono grazie alle foto che gli danno gli architetti. Ma come fai a scrivere una critica distaccata quando sono proprio coloro di cui devi parlare che ti permettono di mandare avanti la rivista?
Altro esempio: gli unici libri discretamente remunerati sono quelli commissionati dagli stessi architetti. Adesso come fai a parlar male di chi ti paga?
Terzo esempio, può essere libero di criticare un cattedratico il ricercatore le cui posizioni devono essere barattate in cambio di una carriera universitaria?
Credo che questi esempi, e se ne potrebbero fare molti altri, bastino a far intuire il problema.
Detto questo, esistono delle zone, delle faglie attraverso cui può manifestarsi la sincerità, l’autonomia, l’integrità critica.
Uno dei motivi per il quale ho ideato la presS/Tletter è stato proprio perché è uno strumento che costa solo un po’ di tempo e mi permette la massima libertà. Proprio perché è gratis ha un bilancio perfetto, ha zero entrate e zero uscite. Insomma, in una certa misura, se uno vuole essere indipendente gli strumenti se li deve creare da sé.
Per lo stesso motivo – garantirsi piena autonomia - abbiamo fondato l’Associazione Italiana di Architettura e Critica e stiamo organizzando attività di tipo culturale.
Aggiungerei infine che, l’elettronica, avendo azzerato molti costi, ha permesso maggiori spazi di libertà, spazi non privi di potenzialità per liberare energia ma che, comunque, non ci illudiamo, bisogna saper conquistare.


Poiché in questo momento storico la critica sembra mancare di una certa autonomia, soprattutto di carattere economico, pensi che da queste scritture autoprodotte, informali e gratis - che siano esse pubblicate su un sito editoriale (vedi Arch’it) o un blog - possa nascere una nuova critica, offrendo nuovi stimoli al dibattito architettonico?

Io non so se sia lecito in generale parlare di critica libera, credo piuttosto che il problema sia come tu possa essere un critico libero.
Se vogliamo entrare in dettagli personali, non campo facendo il critico, ma ho un altro lavoro, anche se scrivo dei pezzi che mi sono commissionati e mi vengono pagati.
Per me è molta netta la distinzione tra il mio pensiero - che cerco di veicolare senza pormi mai il problema di quanto mi può rendere - e il problema del mantenersi. Per fortuna ho anche avuto un aiuto dalla mia famiglia.
Più in generale credo che il critico si debba emancipare dal problema economico, perché ho notato che in tutte le persone in cui sopravvivenza e pensiero si sovrappongono ne risente la libertà.

Non esiste una critica libera?

No, la critica libera non può esistere se non si risolve il proprio problema esistenziale.
Non puoi fare il critico se devi affrontare la carriera universitaria, perché per superare le varie fasi universitarie, devi elaborare delle tesi spesso non tue e le due sono incompatibili.
Non si può pensare di fare il critico se il mio problema è come fare i soldi attraverso gli articoli, perché le cose andranno inevitabilmente a cozzare.
Non si può fare il critico e nello stesso tempo l’architetto, perché i due sistemi a un certo punto andranno in conflitto poiché sarà molto probabile che io farò la critica non per fare critica ma per supportare il mio sistema esistenziale.
Inutile raccontarsi barzellette.
Difficilmente nelle università prendono un critico militante per farlo diventare professore ordinario, forse ricercatore, così è sempre - come si usa dire - sotto schiaffo, costretto a fare le marchette per superare i vari passaggi accademici.
Il problema prettamente esistenziale è correlato all'ambito concettuale.

Non volevo farti la domanda sull’università, ma da ciò che dici si deduce che sia quasi impossibile pensare a un sistema universitario di ricerca o di sperimentazione.

Le università stanno andando verso un progressivo peggioramento, tutte, anche quelle che erano dei centri di eccellenza, perché sono prevalse logiche non di tipo qualitativo. I baroni hanno assistenti che sono peggiori di loro, a loro volta gli assistenti hanno degli assistenti ancora peggiori. In questo momento non saprei indicare nessuna via d’uscita.

Stai dicendo che l’università italiana è un sistema 'peggiorocratico'?

Direi di sì. L’unico modo per salvarla è l’abolizione del valore legale del titolo di studio e un aumento dei costi. Purtroppo è grave sostenere una cosa del genere, però se pagassi mille euro all’anno alla fine non pretenderesti niente; contrariamente se pagassi quindicimila euro all’anno ti arrabbieresti se certe cose non funzionassero.
A pensarci bene, non credo che questo possa essere una buona strategia, non ho una ricetta per l’università, la vedo peggiorare giorno dopo giorno e non riesco a individuare delle soluzione se non appunto l’abolizione del valore legale del titolo di studio e forse un organico ristretto di professori interni alla facoltà facendo ricorso a professori esterni.
Se l’università volesse che insegni per un semestre Patrick Schumacher non potrebbe pagarlo tremila ma cinquantamila euro. In questo modo offrirebbe la possibilità agli studenti di scegliere tra i professori migliori del mondo. Forse, l’università potrebbe andare meglio, non lo so, è un’ipotesi.

Riprendendo i tuoi scritti sui concorsi 'Decalogo per concorsi' 'Ancora su concorsi' e 'I concorsi in Italia' che sembrano più opinioni che articoli costruttivi, c'è la speranza di trovare una strada seria ed efficace per introdurre questo strumento importante in Italia? O per paradosso dobbiamo far diventare prassi il 'sistema gelatinoso'?

Per fare i concorsi bisogna che ci credano soprattutto le amministrazioni.
Un concorso è una cosa seria, difficile da fare. Per istituire un concorso ci vuole un buon brief, i comuni, gli enti pubblici devono sapere che cosa vogliono e quanto gli deve costare. E chiaro che i comuni, per convenienza politica, preferiscono strade che sono diverse da quelle del concorso. Io ci credo molto, però così come sono fatti non funzionano, perché costano troppo. Si dovrebbero fare in due fasi, come avviene nel sistema francese, con delle giurie credibili che abbiano poco a che vedere con logiche che non siano di tipo qualitativo. Bisogna ragionare molto sul concorso poiché è l’unica strada per segnalare la qualità.

«Non posso dire di non aver mai visto Milano prima, ma mi colpisce fino a che punto ogni morfologia e geografia urbana sta sparendo nell'indifferenziato e nel casuale. Milano è un esempio brutale, ma vale anche per le altre grandi città europee. [...] Le città non sono cose da assemblare, bisogna mantenere la speranza di farle evolvere partendo dalla loro storia. È vitale che ogni edificio costruito oggi sia pensato per migliorare la situazione precedente ed evitare le catastrofi che abbiamo sotto gli occhi». (Jean Nouvel)4 
Molte ipotesi urbane del movimento moderno sono fallite, è evidente. Le città storiche hanno retto bene ai cambiamenti, anche se bisogna considerare che nel tempo si sono trasformate radicalmente, sono tutt’altra cosa rispetto a quello che credono i conservatori e spesso si sono ridotte a degli enormi shopping mall per turisti.
Nonostante ciò, l’idea che la città storica sia l’unica vitale, non credo sia veritiera. Tuttavia se per risolvere il traffico del centro storico si elimina il traffico delle automobili, il problema lo si sposta alle aree limitrofe. Voglio dire: molte volte le città storiche funzionano anche a scapito di ciò che le circonda.
Ci sono dei modi di organizzare la città contemporanea che funzionano, ad esempio penso che dal punto di vista urbano Manhattan sia una città meravigliosa e non è esattamente la città storica di tipo europeo. Tempo fa sono andato a Potsdamer Platz a Berlino e il progetto urbano di Renzo Piano è vissuto bene.
Insomma: non é vero che gli unici modelli di città validi siano quelli del piccolo centro urbano e della città storica. Detto questo, il problema dei problemi resta quello dei trasporti. Uno dei motivi per cui molte città contemporanee non funzionano è perché sono state pensate a misura d'automobile. Si è risolto il problema del flusso automobilistico, lasciando irrisolto il problema del sistema delle relazioni di tipo più tradizionale: pedonale e di vicinato. Relazioni che determinano anch’esse la qualità della vita nelle città. Io non credo all’urbanistica basata sull’imitazione della storia per risolvere i problemi di oggi. Tant’è vero, che se ci pensi bene, i centri storici che per lungo periodo sono stati abbandonati, adesso in parte sono stati recuperati grazie a tre motivi importanti:

primo motivo, perché si è risolto il problema del traffico veicolare eliminandolo o diminuendolo fortemente;

secondo motivo, i problemi di queste case (pessime da un punto di vista igienico perché non hanno affacci adeguati, con stanze spesso male illuminate o male areate, costruite in zone molto compatte con grossi problemi di privacy) sono stati risolti attraverso sistemi tecnologici che hanno sopperito ai vari disagi, palliativi che non hanno niente a che fare con il presunto richiamo alla filologia;

terzo motivo, i centri storici funzionano ma solo per alcune attività. Si pensi a Venezia che pur essendo una città bellissima, una città a misura di pedone e a misura d’uomo, però di fatto perde abitanti. Magnifica se ci stai tre giorni, ma se devi starci tutta la vita cerchi di andartene.

Inoltre tante parti moderne di città che prima erano considerate invivibili, spesso abbandonate, dopo cinquant’anni sono state riabitate. Perché la città ha bisogno di un processo di aggiustamento continuo. Faccio sempre il paragone con le scarpe: quando sono nuove ti distruggono i piedi, poi col tempo si allargano, prendono la tua forma. Più o meno credo che sia così anche con i quartieri, nascono in base a un’idea rigida, poi gli abitanti le sistemano, le aggiustano e alla fine dopo cinquanta, ottanta, cent’anni diventano vivibili.
Certo ci sono quartieri che è molto difficile che si aggiustino. Tornando alla metafora delle scarpe, ce ne sono alcune che si adattano e altre che non si adatteranno mai.


Chiudo con una domanda banale un po' futurologa, ma che ritorna ciclicamente nei dibattiti, qual è il futuro della critica? Dove bisogna cercare? E chi sono i nuovi critici?

È una domanda che non bisogna fare ad un critico, perché e come se chiedessi ad un architetto chi è, secondo lui, l’architetto del futuro. Ognuno pensa di essere lui il futuro.
Ma non è così. Non so cosa risponderti.
Avveniva con le domande della presS/Tletter quando chiedevo agli architetti da chi si sarebbero fatto costruire la casa. Nessuno mai rispondeva con un nome di un vivente. Come fai ad un critico a chiedere qual è il presente della critica? Per un critico che si rispetta la critica è lui. Anche se ciò non è vero.
Potrei risponderti così: la critica sono tutte le voci critiche. Sarà la storia a selezionarle.
Comunque, posso risponderti in generale che la critica rimarrà così come rimarranno la filosofia e la poesia. Assumerà forme diverse. Che ci sia qualcuno che si stacchi dal flusso degli eventi per assumere un punto di vista un po’ esterno, appunto critico, è fondamentale.
A tal proposito ti rispondo con un pezzo scritto per la presS/Tletter (n.05-2011) che esprimeva abbastanza bene alla tua domanda:


A che serve la critica?
A che serve la critica? Se non vogliamo rispondere con una tautologia – a criticare- che però ha il pregio di manifestarne con immediatezza e senza troppi cincischiamenti la funzione principale, possiamo provare ad articolare la risposta in quattro punti: a costituire nodi, racconti, progetti, giornali.
Nodi: il critico può essere un cancello o un nodo. Il cancello filtra ma crea ostacoli impedendo l’accesso. Tu non entri, tu non appartieni. Il nodo, invece, assorbe energia dal sistema e la restituisce moltiplicata. Crea occasioni, lancia talenti, stabilisce interconnessioni che prima non esistevano.
Racconti: si è detto sino all’esasperazione che sono finite le grandi narrazioni. Ma non si è esaurito il raccontare. Senza i fili del racconto o, se volete, dei racconti niente storie e senza storie niente prospettive.
Progetti: è il futuro che interessa perché è lì che si svolgerà la vita. Ma senza progetti non si delineano direzioni. E senza direzioni non si fonda una critica. Perché criticare è selezionare, cioè dare valore ad alcune prospettive rispetto ad altre.
Giornali: la critica nasce sui giornali perché il critico non lavora solo sull’artista ma anche sul pubblico. Senza comunicazione non si fa critica, ma solo erudizione.
Rispetto a questi quattro punti: quale è lo stato di vitalità della critica in Italia? E chi sono stati i grandi critici in Italia? Ecco un altro bel problema che la critica italiana dovrebbe porsi in questi anni un po’ paludosi.

Credo che sono questi i punti.
Nel prossimo futuro credo alcuni saranno più forti per esempio il punto nodi e il punto giornali saranno, forse, più forti del punto racconti e del punto progetti.
Però credo che poi alla fine la critica debba sempre muoversi su queste quattro direzioni. Perché dove non ci stanno queste quattro direzioni si possono essere dei problemi.
Se ci stanno solo la direzioni nodi si corre il rischio di avere nessun acceleratore di energia.
Se troppo forte la parte del racconto poi diventa un racconto narcisistico che non serve a nulla.
Se la critica è solo progetti questi progetti come entrano in relazione con le idee.
Se la critica è solo comunicazione a che cosa serve la comunicazione.
Non lo so mi sembrano quattro parole che esprimevano bene il ruolo della critica. O quanto meno il mio modo di vedere la critica.

28 giugno 2011 (ultima modifica 25 luglio 2011)
Intersezioni ---> MONDOBLOG
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Note:
1  Prestinenza Puglisi Luigi, Hyperarchitettura. Spazi nell'età dell'elettronica, Roma, Testo & Immagine, 1998, p. 94
2 a cura di Luca Monica, La critica operativa e l'architettura, Edizione Unicopli, Milano, 2002, p. 27
3 op. cit, a cura di Luca Monica, p. 27
4 Maurizio Bono, intervista a Jean Nouvel - Progettare sull'orlo della catastrofe -, La Repubblica, 17 febbraio 2011

*Intervista registrata attraverso skype la notte del 17 febbraio 2011.

10 commenti:

  1. Intervista molto interessante! Davvero...

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  2. Concordo con Emma.
    Sulle università sono d'accordo, solo il discorso "costi di iscrizione" è opinabile (sono per la forte selezione interna: corsi difficili ed esami NON assicurati). A proposito di giovani ed università, ricordo il mio primo giorno in accademia quando per l'inaugurazione dell'anno accademico fu invitato Franco Purini, allora (2006) curatore del padiglione italiano a Venezia, che disse più o meno così: "Ragazzi, io vi invidio perché avete vent'anni e tutto lo slancio creativo ed immaginativo della vostra età. A 25 si comincia già a perdere, si è più maturi. A 30 si può dire che non lo si ha più.". Io avevo giusto trent'anni, ma sono qui: Rientro, fortunatamente, nelle mille eccezioni di cui parla LPP, soprattutto perché mi confronto spesso con il mio bambino.

    P.S.
    Il capoverso "Per fare i concorsi bisogna che ci credano soprattutto le amministrazioni." è stato scritto due volte

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  3. Intervista eccellente! il mio commento non serve, ma ci tenevo a dirtelo e aessere qui... ti abbraccio, a presto

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  4. Luigi, nei viaggi che fa cosa osserva? La "CIndia" è un fenomemo repentino o Vitruviano? La velocità e la qualità di trasformazione da quelle parti è il motivo del nostro immobilismo?Ancora la meniamo sulla linea spazio-tempo! Ma se anche gli "Arabi" attraverso questa "scatola"(pc o mac è la stessa cosa!) hanno scoperto che possono pretendere di vestire prada e non sfoderano la jihad religiosa, significherà qualcosa! La mia osservazione è da architetto e non da antropocritico!
    Luigi, mi appare come uno di quei politici che incontrai circa 10 anni fa all'aeoroporto di Lisboa ed alla mia domanda se gli era piaciuta l'area dell'Expo mi risposero all'unisono: Si ma da noi non si può fare!
    Forse Luigi ha rilasciato questa intervista tornando da Shànghǎi?

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  5. ---> Emma, Spirito libero e Peppe (a presto) grazie.
    Confesso è stata una bella fatica.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: Spirito Libero grazie bis

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  6. ---> Maurizio,
    “antropocritico” mi è nuova.
    Per chiarezza LPP ha rilasciato quest’intervista da casa sua (Roma) attraverso Skype, forse tornava dal raccordo anulare.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  7. Marco Del Francia7 settembre 2011 10:43

    Letta di un fiato nonostante le 34.600 battute.. Complimenti ad entrambi..! E complimenti per aver ricordato Vittorio Giorgini. Saluti, Marco Del Francia

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  8. Marco Del Francia,
    Vittorio Giorgini non andrebbe solo ricordato ma studiato.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  9. "Intervista interessantissima, anche per chi come me, non "è del mestiere". L'ho letta tutto d'un fiato, anche se si presta molto ad un'attenta rilettura, in quanto i concetti non sono tutti così diretti, ma meritano un'accurata riflessione e documentazione (almeno per me). Non avevo mai sentito parlare di presS/Tletter, quindi mi vien spontaneo chiederti come posso reperirla? Serve abbonarsi? Che dire riguardo la critica? Penso solo che dovremmo un po’ tutti sforzarci di esserlo sempre più. Purtroppo bombardati come siamo dalla pubblicità, diventa alquanto faticoso sopperire a questo faticoso compito che deleghiamo spesso alla pubblicità più ammiccante o al consiglio dell'amico. Penso che criticare concerne soprattutto fare una cernita di ciò che è "buono" (con buono intendo utile per ognuno di noi ovviamente, sono per un pensiero relativista) da ciò che non lo è. Con ciò non escludo la possibilità di fare delle scelte (nate da una critica) che siano in contraddizione con future scelte (nate da una critica maturata nel tempo ed influenzata dalle esigenze che nascono di volta in volta).

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  10. Paolo,
    come posso reperirla? Serve abbonarsi?
    No, basta inviare una mail all’indirizzo presSTletter@fastwebnet.it

    Grazie del tuo intervento.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    RispondiElimina

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