29 settembre 2011

0020 [CITTA'] Cosa voglia dire «fare città oggi»?

di Salvatore D'Agostino
«oggi, è cruciale individuare le forme dell’Anticittà; riconoscerle con precisione, per evitare di considerarle estranee alla nostra vita. E capire dove e come operano, quali regole seguono, chi le promuove.
Perché l’Anticittà, ci piaccia o no, siamo noi».1
L'anticittà, titolo dell'ultimo libro di Stefano Boeri, rischia di diventare una delle tante frasi contenitore dell'architettura, ideale per i titoli dei giornali dall’effetto notizia, per i convegni sui massimi sistemi dell’urbanistica e gli speaker’s corner blogger. Dalla confezione del libro in stile da scaffale al titolo da copyright ©, ammiccante, svelto e semplice è studiato per vendere un prodotto ma non per approfondire i suoi concetti.

L’anticittà, per Boeri, è la pratica urbana individuale e indifferenziata che ha ridefinito e abitato il territorio italiano negli ultimi decenni, usando pochi elementi 'edilizi' come campioni, tipo: le villette isolate e recintate, i capannoni da lavoro sul bordo delle strade, la palazzina fitta di appartamenti senza spazi sociali, la casa a schiera che simula la villetta isolata e i centri commerciali a ridosso degli snodi di comunicazione. 

Due sono i connotati principali che caratterizzano questa grammatica urbana: la frustrazione e l'omologazione. La frustrazione delle vecchie e nuove generazioni deprivati di una concretezza lavorativa e per molti aspetti di una visione politica, uomini senza un'idea di futuro. L’omologazione di pensiero, credo e forme compatte di cittadinanza solo tra simili. Omologazione incistata e spalmata in molte aree urbane, dove le frustrazioni spesso si trasformano in banali antagonismi.

Brani di anticittà innestate sia all’interno dei nuclei di città consolidate sia nei suoi margini: «Periferia oggi nelle città europee - dice Boeri - è una condizione mobile, un’etichetta per paesaggi plurali, eterogenei. La conquista del centro, il «quarto stato» in marcia verso i quartieri borghesi lasciamoli agli incubi di chi crede ancora al mito di un Centro antico e ricco contrapposto a una Periferia recente e abbandonata a se stessa. A chi pensa che la storia corrisponda perfettamente alla geografia».

Un'analisi che rischia di rimanere 'neologismo' dall'ansia dei media ed editori tradizionali di commerciare prodotti e non approfondire le notizie e, come in questo caso, un 'saggio'. L'editore ci regala la superficie non l'approfondimento.

Cosa vuol dire «fare città oggi»? Una domanda in cerca di risposte diffuse, differenti, umane e urbane. 

Questo, a mio parere, doveva essere il titolo, poiché oggi alle città serve una nuova forma di attenzione massmediatica, capace di alimentare forme di qualità diffusa, evitando le trappole delle teorie urbanistiche ‘contenitori di formule magiche’ e i concetti ‘omologanti’ che individuano tutto e il suo contrario. 

Come?

Ripartendo dal territorio italiano. Non abbiamo altra scelta. Non è più il tempo dell'effetto Maddalena e dell'anticittà, bisogna fare un passo indietro e ripartire da una progettazione attenta e non mediatica, delle 'sezioni del paesaggio italiano'.2

Perché la città in cui viviamo, ci piaccia o no, non ha bisogno di titoli urlanti, ma di una nuova identità civica e urbana.

30 settembre 2011

Intersezioni --->CITTA'

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Note:
1 Stefano Boeri, L'anticittà, Laterza, 2011, p. XV
2 Le foto sono di Gabriele Basilico sono state scansionate prendendone una striscia dal libro di  Stefano Boeri e Gabriele Basilico, sezioni del paesaggio italiano, Udine, Art&, 1996.

15 commenti:

  1. Da Milano a Como. Da Napoli a Caserta si può tranquillamente camminare in città, ci si può andare anche a piedi e mandare le figlie da sole, tanto è un unico immenso agglomerato di case, lungo strade antiche, "moderne" e abusive. Solo chi ci abita conosce le esatte direzioni, dove ci si trova, sotto quale giurisdizione ricade la strada che si sta percorrendo. Come si può ancora parlare di centro e di perfieria?

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  2. Beniamino Servino29 settembre 2011 12:22

    La non-città e il popolo dell’oblio/The not-city and the oblivion people

    L’equilibrio della città ne prepara la bellezza. Ne recupera la bellezza.
    La città recente [ai margini del centro, marginale, o in enclaves all’interno della città densa, occupata] non è contro la città non recente. Non è anticittà. E’ una non-città.
    [Non è l’anticittà ma un aborto, un feto ipocalcificato. Una non-ancora-città. Not-yet-city]

    Giaculatoria
    La non-città corrisponde al popolo dell’oblio/La non-città ospita il popolo dell’oblio/La non-città deriva dal popolo dell’oblio/La non-città è costruita per il popolo dell’oblio/...

    La non-città e il popolo dell’oblio non partecipano alla distribuzione dei pesi [hanno un peso trascurabile].
    La bellezza e la democrazia [invece] sono costruite sull’equilibrio. [L’estetica del dis-equilibrio riflette lo sbilanciamento economico e sociale].
    NECESSITA’ MONUMENTALE NELLA CITTA’ SBILANCIATA.
    Per essere condiviso e sostenuto il monumento deve essere riconosciuto come proprio. Deve essere rappresentato [il monumento] in una forma generata dal proprio repertorio linguistico. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere anche una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata. Ma ancora riconoscibile. Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica.
    Solo allora il monumento genera stupore. Uno stupore da controriforma. Uno stupore che prepara un nuovo equilibrio, uno stupore legittimante.

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  3. bel post, salvatore!
    [...non riesco a dirti qualcosa di costruttivo... perchè immagino sempre che abbiamo bisogno di meno parole e più operatività silenziosa... orientata di più alla demolizione 'fisica' ...il che sottenderebbe ad un concetto di modificazione, più che di espansione]w

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  4. Parlare di anticittà in Italia non è fuorviante, ma inutile. E' circa dal 1959 che in Italia si costruisce solo anticittà, la periferia è mescolata alla campagna senza soluzioni di continuità: ha ancora senso, oggi come oggi, parlare di periferia e di campagna in Italia? Si sono fuse, appunto nell'anticittà, e l'anticittà è l'Italia. Avrebbe senso, però, adottare questo termine a nord delle Alpi. Ci sono paesi che ho visto di persona (la Polonia in primis, ma anche l'Ungheria) dove il modello di sviluppo urbano è simile se non uguale alla nostra anticittà. Altrove, invece (Germania, Austria, Repubblica Ceca), la città vecchia o nuova non uccide la campagna e non tenta di uniformarla ai propri valori cementificatori. E' un modello di sviluppo urbanistico più umano, più razionale, ma purtroppo meno redditizio e quindi non adatto a paesi ad alta o altissima corruzione quali il nostro. La Francia, come al solito, si divide in due tra il nord mitteleuropeo e il sud (costa azzurra specialmente!) molto molto italianeggiante. Chiudo con un appello ai turisti: venite in Italia a vedere come si mantiene bello un centro storico e come, invece, non si deve costruire una periferia.
    Vil Geometra.

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  5. chiamarla anti-città è un modo assai intelligente per mettere una pietra sopra alle definizioni strane che abbiamo dato a 'sto blob che abbiamo generato negli ultimi 40-50 anni. qualcuno la chiama città diffusa, contraddizione in termini perchè la città non può essere diffusa sennò non è città. qualcuno la chiamava, in maniera più corretta, campagna urbanizzata. termine assai azzeccato soprattutto per una realtà come quella veneta e in genere padana. cosa ha generato soprattutto il primo termine, città diffusa? ha provocato l'istituzionalizzazione di 'sto blob che parte dal piemonte e arriva a venezia. qualcuno ha pensato pure che fosse positivo e intelligente (e per certi versi ne contiene di elementi positivi). per la stragrande maggioranza resta un blob, costoso, ambientalmente e socialmente suicida e anche brutto. io la chiamarei cacca-diffusa... ma se si vuol esser più educati va benissimo anti-città, perchè questo è: un'anti-città. non è affatto un titolo gridato. se uno vuol chiamarla soppressa&sottaceti lo faccia... ma rischia di far solo confusione.

    robert

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  6. Ciao Salvatore,
    mi piace molto questo genere di post lucido e propositivo ma ancor di più i mea culpa (pubblicati e non) che susciterà. Perché in fondo in molti questo spaesaggio italiano dilaniato l'abbiamo solo ereditato.

    Cosa serve per fondare un insediamento? A fare-città-oggi? Betonella, tubi in pvc, asfalto e magari anche un plotter di seconda mano. Le hanno chiamate pioneristicamente Opere di Urbanizzazione Primaria, Iter Burocratico, Indici … ecco come svilire in un sol colpo l’idea d’insediamento urbano e di senso civico all’italiana, ecco come trasformare un Campo di Ulivi in un bel Piano di Lottizzazione, un Bipede in un SUV, il Fare-Città in Fare-Case.

    Lo senti ancora l’eco del booooooooooom economico?

    Oggi pur d’inseguire l’affare trilocale60mqcongiardino rinunciamo ai nostri più primordiali bisogni di animali sociali e al nostro benessere psicofisico. Ovunque sarà la nostra casa avremo sempre sottomano il nostro kit di sopravvivenza urbana, ai problemi e ai pericoli delle città in fondo ti abitui, ti attrezzi. Quindi io sono d’accordo con te, non credo che le cose cambieranno facilmente.

    Ogni giorno si firmano compromessi e si accendono mutui per acquistare Case Che Non Esistono Ancora, progettate magari 2 anni fa che saranno pronte fra altri 3 anni. Credo proprio che le cose non cambieranno tanto facilmente.

    All’esame di Stato per l’abilitazione professionale, da Milano a Siracusa, è ormai sicuro al 90% che una delle prove scritte che i neo architetti devono affrontare riguarderà la progettazione di villette a schiera unifamiliari di cls armato in un piano di lottizzazione. Soluzioni progettuali di questo tipo ti rimangono nel puntatore del cad per un po’ di tempo... Si sì, secondo me le cose non …

    Per questo accolgo di buon grado il tuo invito. Ricominciamo (oppure, considerando la mia generazione, cominciamo) da quel che c’è! Dal paesaggio italiano delle palazzine e delle recinzioni. Dalle sezioni di cui sopra. Perché, se a Basilico piace ritrarre le città nel momento in cui trattengono il respiro, noi sappiamo per certo che quei posti pullulano di gente, e la gente da sempre fa la differenza, altro che architettura …

    Saluti

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  7. Ferrovia

    Un vitellino color burro
    bruca amoroso
    l’incerta erba
    sotto la scarpata.
    Accanto,
    monocromo color panna,
    un’ordinata mandria
    di roulottes
    aspetta,fiduciosa,
    il suo futuro.

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  8. Spirito Libero,
    t’invito a leggere il libro, poiché oltre il titolo ci sono delle osservazioni interessanti.
    Boeri, sottolinea proprio quest’aspetto, sostenendo che ‘l’anticittà’ si annida ovunque eliminando la nozione di centro e periferia.
    Suggerendo delle azioni che ho sintetizzato nell’ipotetico nuovo titolo: «Cosa vuol dire «fare città oggi»? Una domanda in cerca di risposte diffuse, differenti, umane e urbane».
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  9. Beniamino,
    ho voluto pubblicare la tua recente nota su facebook poiché rilevi uno degli aspetti dell’autismo di massa avversa alle semplici relazioni umane-urbane.
    Farei progettare il tuo monumento ‘della città sbilanciata’ serve ‘ricordare’ o meglio ‘far sapere’ che c’è bisogno di una città umana: «Una anamòrfosi liberatoria, immaginifica».
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  10. Marco oplà,
    mi piace il tuo silenzio operativo è molto urbano.
    Mi ricorda una sana passeggiata senza meta, senza andare a comprare X o Y, senza pretese.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  11. Vil Geometra,
    il tema dell’anticittà preso nella sua specificità concettuale rischia di semplificare i contenuti del libro.
    Stefano Boeri in un suo editoriale per abitare scrive: «L’Anticittà, il rischio di disgregazione delle nostre società urbane, non ha solo i connotati dell’esclusione sociale e le stigmate della ribellione. C’è un’Anticittà ben più potente e diffusa che ogni giorno plasma gli spazi della nostra vita. Che sta sgretolando la nostra società. In Italia, in Europa, in molte parti del pianeta».
    Ci sono zone dell’Italia e dell’Europa che hanno altre complessità, distanti dal tema dell’anticittà.
    Vorrei evitare la parola ‘calderone’. Certo Boeri mi trova d’accordo sull’immaginario di molte città costruite da un certo modo di pensare e spesso fare politica.
    Queste anticittà non sono abitate da alieni.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.: trovo molti centri storici, svuotati dagli abitanti e modellati per i turisti, delle non-città concepite con la stessa logica delle anticittà immaginate da Boeri.

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  12. LdS,
    cacca-diffusa o anticittà sono sinonimi ma eviterei le definizioni.
    Serve un’attenzione diffusa, un’urbanistica capillare (perché no, MONUMENTALE alla Servino) una politica non ‘familistica’, un’umanità ricca e variegata.
    La città ha bisogno di noi, della nostra politica e dei nostri contatti sociali.
    L’anticittà siamo noi (dice Boeri) quindi dobbiamo cambiare rotta, non credi?
    Partendo da noi stessi e non dalle definizioni.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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  13. Ciao Luigi,
    hai ragione lo “spaesaggio italiano dilaniato l'abbiamo solo ereditato” non solo questa cultura del “trilocale60mqcongiardino” una sorta di autoreclusione ‘familiare’ è stata spesso la nostra balia. Perdonami questa nota di colore, recentemente ho visto qualche puntata di un programma televisivo su LA7 chiamato ‘SOS TATA’, ne sono rimasto affascinato (al contrario) poiché le tate chiamate a mettere ordine nelle famiglie con genitori in crisi, gironzolavano spesso in queste case unifamiliari (quelle che ti ‘rimangono nel puntatore del cad’) con giardino e l’immancabile angolo dei giochi di plastica, che simulano il parco giochi, intonso, quasi mai usato.
    Ecco in quelle case da favola, per l’immaginario di una classe sociale diffusa e variegata, i bambini ‘scleravano’ (non saprei descrive la situazione con un altro termine).
    A tal proposito cito un brano del libro: «L’anticittà nasce e cresce così. Sorge quando l’affermarsi nello spazio del bisogno di affermare radici identitarie si trasforma nella produzione di enclaves. Aree chiuse, protette, abitate da individui che avendo perso l’esperienza di abitare con l’altro non scambiano più pratiche, relazioni e informazioni – neppure a distanza – con le altre comunità urbane. E si sviluppa quando l’allentarsi delle relazioni di scambio, o il prevalere di barriere e confini invalicabili, arriva fino a minare il senso stesso della condizione urbana, che è quello di un equilibrio tra la varietà degli abitanti all’interno di un principio di continuità degli spazi abitati.
    Se dunque l’Anticittà è – allo stesso tempo – una delle forme del “fare città” e la sua graduale dissipazione, essa non può essere combattuta come un nemico esterno, di cui studiare movimenti e strategie. Perché i suoi antidoti stanno nelle stesse energie che la generano. In quelle stesse forze psicologiche, economiche, culturali che ogni giorno spingono migliaia di individui diversi per origine, cultura, religione, in tutto il pianeta, a “fare città”: a riunirsi in agglomerati e costituirsi come comunità, a pensarvi come appartenenti a un’unica storia e memoria collettiva. E simultaneamente a suddividersi, a creare distinzioni, isolarsi, recintare il loro territorio per progettare le loro identità originarie». (pp. 123-124)

    «Perché, - come dici tu - se a Basilico piace ritrarre le città nel momento in cui trattengono il respiro, noi sappiamo per certo che quei posti pullulano di gente, e la gente da sempre fa la differenza, altro che architettura».

    Luigi ripartiamo, sappiamo farlo, basta non credere nell’identità ‘esclusiva’ che ci ha generato.
    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

    P.S.[1]: ‘un Bipede in un SUV’ è la sintesi estrema di questa nota di Beniamino Servino

    P.S.[2]: il tuo ‘kit di sopravvivenza urbana’ mi piace.

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  14. Anna,
    la tua frase ha l’eleganza di una fotografia che sa scrivere con la luce.
    Grazie,
    Salvatore D’Agostino

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  15. Tracciamenti qualche giorno fa mi ha suggerito di leggere quest’articolo ‘Passare dall’intellettuale al pensiero’ di Giorgio Fontana.

    Tralascio i contenuti e ricopio una frase: «Ciò nonostante, in rete si trovano pezzi di grandissimo interesse, ottimi aggregatori culturali, e dati significativi. Un esempio banale: spesso leggo su Anobii recensioni di libri che sono assai migliori di quelle che si trovano sui quotidiani. Innanzitutto perché mi danno la sensazione che questi libri siano stati letti (cosa tutt'altro che scontata nel secondo caso), e perché, be', sono fatte davvero bene. Certo, c'è anche una grande marea di schifezze: ma sebbene orientarsi sia difficile, non è per questo impossibile. Anzi».

    Condivido, su Anobii spesso c’è gente che i libri li legge, tra i recensori professionisti si annidano moltissimi lettori, ed essendo ‘Anticittà’ un libro vi riporto le due recensioni ad oggi esistenti:

    «Perchè un Leonardo da Vinci s'è candidato sindaco di Milano

    A pagina 66 c'è una frase che vale da sola il prezzo del biglietto, come si dice coi capolavori: "Dall'alto, per vedere il tempo, bisogna piegare la testa".
    Intorno alla metà fa un po' fatica, ma complessivamente fa vedere, riassume, rilancia, immagina intorno alla città e all'anticittà che le serpeggia in seno. E' l'adesso (che ci circonda e cui stiamo nel mezzo), con lo sguardo che butta in avanti.
    Scritto oltretutto molto bene, custodisce il motivo per cui un giorno l'architetto Stefano Boeri s'è candidato per la poltrona di sindaco di Milano. (E ora si vedrà..)

    Giorgia Fazzini scritto il Jun 17, 2011»

    e

    «Uno sguardo "laterale"

    Pur nascendo da una collezione di articoli e brani già editi, il libro ha un ottimo grado di autonomia e coerenza tra le parti. Boeri presenta qui una serie di strumenti non convenzionali e "laterali" con cui leggere le trasformazioni urbane contemporanee. Lo "sguardo obliquo" che ci propone di adottare risulta a mio parere piuttosto efficace e ricco di spunti che aiutano ad uscire dalla "retorica del caos", vero vicolo cieco dell'indagine urbanistica dei tempi odierni.

    Riccardo Villa scritto il Aug 11, 2011»

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