11 maggio 2012

0029 [A-B USO] Mauro Francesco Minervino | Statale 18 | Quarta parte

di Salvatore D’Agostino

prima, seconda e terza parte

«Mentre attraverso questo sud della città a nastro capisco anche perché posti così per essere raccontati non hanno più bisogno della penna eclettica dei viaggiatori stranieri o di quella molto meno alata degli inviati speciali. Le didascalie dei viaggiatori a cottimo degli inserti turistici, le rubriche estive dei giornali sono spazzatura. Nel contemporaneo Gran Tour di questa nuova miseria che si disegna sui bordi delle statali alle latitudini del sud si scrive, o si riscrive, fuor di letteratura e di apologo antropologico. Basta registrare lo sguardo riflesso dei luoghi». (Mauro Francesco Minervino)1

Mauro Francesco Minervino è un antropologo calabrese che non ha bisogno di andare lontano per le sue ricerche poiché il luogo dove vive e delle sue quotidiane osservazioni è la diciottesima statale italiana che da anni percorrere senza sosta. In fondo a sud, La Calabria brucia e Statale 18 sono i libri dove ha riportato le sue analisi, l’intervista che seguirà è divisa in più parti (, e ) poiché le risposte, ampie e dettagliate, meritano pause di riflessioni più che letture veloci senza area di sosta.


Salvatore D’Agostino Io credo che l’oggi, senza ricorrere alle comparazioni tautologiche con ieri, stia creando un diverso rapporto - spesso positivo - con l’identità, le relazioni e la storia dei luoghi. Poiché, i caratteri delle identità educate nel tempo dall'abitare esclusivamente un solo luogo sono costrette a confrontarsi con diverse identità; le relazioni, soventi familistiche o affaristiche ristrette a una cerchia limitata di amici, sono indotte a relazionarsi con altre comunità; la storia costruita sui miti degli uomini e santi eccellenti si è svuotata degli stereotipi e si confronta con un presente di uomini senza mito, ancora da inventare.
   Credo che nei paesi della Statale 18, in questi anni di convulsa modernità, ci sia più dignità verso le donne, l’infanzia e le relazioni sociali. Credo, ma forse sbaglio, che ci sia bisogno di una nuova identità civica poiché la vecchia familistica, arrogante, chiusa, ostile, omofobica, maschilista, violenta oggi non può essere più tollerata. Un nuova urbanità per dare significato ai luoghi che gli abitanti della Statale 18 vivono tutti i giorni, anche se lavorano o gli piace comprare nei nonluoghi (che personalmente annovero tra i luoghi).
   È auspicabile, parafrasando Franco Arminio, un nuovo umanesimo in questi paesi spalmati lungo la Statale 18?


Mauro Francesco Minervino Sì, è certamente così. O così dovrebbe essere. Perciò possono rivelarsi risposte sbagliate sia l'uforia che la depressione. Nel caso della nostra regione, la Calabria, siamo di fronte a una terra opaca e in continua rotazione. Anche in Calabria molte cose sono cambiate per il meglio nel corso di queste rivoluzioni compiute sull'asse della mobilità. Io sono cresciuto quando la storia da queste parti accelerava, mi ci sono messo a cavallo e sono diventato adulto con la mobilità. Mio padre è stato marinaio e ferroviere. Io sono cresciuto in un quartiere di ferrovieri, con la stazione e i treni che si fermavano sotto casa. I biglietti gratis della tessera ferroviaria di mio padre mi hanno fatto viaggiare già quando avevo 14 anni. Mi ricordo che salivo e scendevo dai treni quasi ogni giorno, per andare a Napoli, a Salerno a Cosenza, a Reggio. Ho sempre vissuto la mia regione come un paese più grande. Poi c’è stata la macchina, gli studi e il via vai per le strade della Calabria, l’Università ad Arcavacata. La mobilità della metà degli anni ‘80 per me ha significato soprattutto allargare il cerchio del mio spazio fino all’Università (a lezione ci andavo in trenino da Paola, anche due volte al giorno, ma anche in bus e in autostop). La mobilità è stata una cosa buona da principio. Ha rotto il cerchio secolare che circondava una società stagnante.

   L’Università di Arcavacata di Rende per me e per quelli del mio tempo è stata un luogo di metamorfosi. Ha portato tutta una generazione di giovani calabresi figli di lavoratori e proletari a istruirsi, a viaggiare, a uscire dalle abitudini e dalla ristrettezza culturale e sociale dei paesi della vecchia Calabria. Questo sfondamento degli orizzonti, determinato dalla crescita della mobilità, che ha determinato la crisi e poi la fine della vecchia geografia dei presepi (ma c’è ancora sulla Calabria, era argomento di una delle mie precedenti risposte, una letteratura paesana e paesologica, che è fastidiosamente abbarbicata all'unicità totemica di questi simulacri, che non vede la realtà e ne ignora i cambiamenti), si porta dietro certamente molti problemi e altrettante occasioni di rinascita. È un processo composito, eterogeneo, che riguarda le persone come i luoghi. Ma bisogna essere molto ottimisti, a ben vedere. Per un verso la definizione della realtà messa in linea dalla ss18 -che io stesso condivido in tema di principio-, può essere leggera, trasparente, non ostile alla speranza del cambiamento, dischiusa agli sforzi di una cittadinanza attiva e consapevole (laddove esiste e agisce, con le donne più libere e consapevoli, la crescita di una popolazione studentesca che può diventare la leva per modificare assetti sociali incrostati, etc).



   Quando invece quello stesso mondo torna a fare problema nello sguardo di un’opera narrativa, diventando il soggetto di un'etnofiction civile come quella che ho tentato di congegnare in Statale 18, la sua rappresentazione non può che essere attratta dall'ombra, dalle buche e dalle faglie che si aprono nel terreno, non può che aprirsi al non detto, a una registrazione dei mutamenti più drammatici e repentini, alla comprensione di aporie e controversie, a ciò che vi si presenta in modo abnorme, a quello che accade tra le pieghe oscure di un presente incerto. Non amo le opere di consolazione. Magari è una mia ossessione, no so. Ma io scrivendo ho deciso di affrontare un “nodo cronotopico”, un luogo del tempo e della vita che si estende (anche) intorno a me, che mi assilla perché ricapitola e narra con prepotenza il suo volto ippocratico, un almanacco di contraddizioni segnato in modo bifronte, colorato da sfumature ambigue, da tinte ben più fosche e per ora dominanti, come accade nella gran parte dei racconti che ho raccolto direttamente dalla strada. Certo occorre lavorare sempre nei due campi dialettici della realtà, ma sceverandone gli aspetti con assoluta nettezza e separazione. Il progetto politico è una cosa che riguarda il futuro, anche se raccoglie i germi del presente. Nell'opera letteraria la violenza è presente per necessità, lo stato delle cose è preponderante e prende il sopravvento come sempre accade sempre quando si narrano storie di luoghi e di persone che agiscono in una quotidianità scandita dal contrasto, dal caos e dal pericolo. Cercare uno spiraglio per intravedere delle possibilità di redenzione è obbligatorio, altrimenti si scivola nel nichilismo, nel compiacimento per l’orrore fine a se stesso, nella resa al dato di fatto. È vero: anche in mezzo al mostruoso blob che cresce sul nastro d’asfalto della SS18, ci sono impensati asili di civiltà e di decoro, dimore per l’umano, un abitare domestico, un senso comunitario. Ed è certo, come scrivi tu, che ci sia bisogno di una nuova identità civica poiché quella che abbiamo ereditato dal passato è proprio una delle cause principali della realtà che combattiamo e che oggi non può essere più tollerata. Ma detto questo, quanto queste esperienze che pure riconosciamo sono ancora incerte e insidiate, chi sta vincendo la partita? Bisogna sempre varcare una soglia critica che dal mondo così com'è porti verso qualcos’altro; ma occorre munirsi di un animo saldo e resistente, e di una grande immaginazione (come consiglia Augé), per fare in modo che certi varchi ancora sospesi e appena visibili diventino davvero una porta aperta per il futuro, per il futuro di molti e non di pochi. Anche il mio racconto della SS18 non si nega a queste speranze, offre nella sua narrazione piccoli appigli ad un percorso di redenzione. C’è un cammino che si intravede appena nella polvere, che però richiede responsabilità e determinazione. Per ora resta sconnesso e ancora tutto da fare.


   Quello che è veramente inedito -tanto che lascia sorpresi e impreparati a fronteggiare l’incessante catena di eventi che si producono nel paesaggio urbano e sociale dei nostri luoghi- non è solo la velocità delle trasformazioni rispetto alla stagnazione del passato, le rapidissime accelerazioni che io stesso posso registrare nel paesaggio anche a distanza di pochi mesi, ma è piuttosto la simultaneità e l’enorme dislivello nella qualità dei cambiamenti in atto. Come se la realtà scorresse sempre su un doppio binario. Come se il divedendo del progresso civile che faticosamente tentiamo di mettere a frutto, con tutto quello che si guadagna da un lato, venisse vorticosamente dilapidato dall’altro con l’impazzimento del traffico e delle betoniere, con l’inarrestabile consumo di suolo, con l’offesa costante alla legalità e alla bellezza. Basti pensare al peso delle mafie sui territori, all’enorme questione ecologica e ambientale (oltre che estetica) che non cessa di investire e brutalizzare il paesaggio calabrese, che continua a essere sfigurato dagli abusi e dalle colate di cemento. Tutto sembra procedere all’insegna di un caos incontrollato, di una mobilità folle, esasperata, in cui mobilità significa anche l’occasionalità, la casualità, l’impulso a distruggere e negare, in cui tutto è compresente, mescolato in modo indistinto, una cosa sale sull’altra, tutto è sottosopra, senza mai arrivare a sintesi, a una qualche ragionevole forma di riposo. Questa continua “rotazione” (un’altra figura che la strada mi suggerisce sempre) rende quasi indecifrabile non solo ogni tentativo di previsione a lungo e medio termine, ma spesso anche la semplice comprensione dei fatti elementari, le scelte quotidiane. Ecco perché le ineguaglianze sono aumentate nonostante l’ingresso di nuovi protagonisti attivi sulla scena della storia. È il contrario di quello che si pensa comunemente della civiltà tecnologica che sarebbe perennemente protesa verso l'innovazione. Invece siamo prigionieri di una sorta di eterno ritorno scandito da giri sempre più accelerati e veloci, non più dai rintocchi dei vecchi campanili dei paesi, ma dai palinsesti televisivi, dalla pervasività dei media, dall’apertura di un nuovo centro commerciale sulla strada di casa, dalle conseguenze delle nuove tasse sui nostri redditi già falcidiati e dai giochi impazziti della finanza globale che ci priva delle poche sicurezze che ci siamo guadagnati per l’avvenire dei figli. Viviamo tutti più a lungo, ma iniziamo a esistere e a contare come persone sempre più tardi, precari e privi di ruolo sociale come siamo. Il tempo è diventato l’unità di misura di tutto, anche dello spazio. Quando usciamo non parliamo più in termini di distanza chilometrica ma di tempi di percorrenza. Della strada da fare. Di ore di macchina. Dell’alternanza dei mezzi da prendere se devi spingerti oltre. Due ore di volo. Tre di alta velocità. Quattro di autostrada, due di superstrada. Anche i nostri riferimenti locali nella mappa della vita quotidiana sono sempre più larghi e confusi, sono quasi globali, non più solo regionali e nazionali. Viviamo in ambienti ibridi, in città provinciali che non sono più i paesoni di una volta e in paesi rigonfiati che ancora non diventano città. L’insieme di questi luoghi dislocati in cui passiamo la gran parte della nostra vita tra uno spostamento e l’altro forma una nuova geografia, un’unica immensa provincia dai contorni slabbrati, un'inedita territorialità fatta di continui attraversamenti, di confini mobili e di scenari mutevoli, di incontri e scambi umani nuovi e faticosi, ma niente affatto virtuali. In questo senso la tecnologia e l'economia sono più veloci e potenti della politica. E’ anche per questo che la politica, specie al Sud, è ormai ridotta a una sorta di governante abborracciata, a semplice gestione di consumi e servizi eterodiretti, qualche volta gestiti mettendosi persino al servizio della criminalità e delle mafie, che invece sono veloci, ricche, violente, organizzate, e sanno trarre profitto da ogni nuova occasione.

  Personalmente non sono molto affascinato da questa definizione scolastica. Curioso che venga richiamata da un paesologo-poeta come Franco Arminio. L’umanesimo è un’ideale culturologico. Una specie di palo totemico universalistico che risale dai secoli della tradizione illustre delle signorie sino ai confini della nostra geopolitica preunitaria. Ma si riferisce anche a qualcosa di libresco, a un dominio della ragione limitato alla cultura delle classi intellettuali, ai princìpi del Rinascimento, alle città-stato, ad un periodo della storia italiana troppo lontano da noi per essere sempre richiamato in servizio. È anche un concetto ormai vagamente impreciso, usurato dal continuo ricorso retorico e paludato (e poi cosa sarebbe questo nuovo umanesimo delle contrade nel caos globalizzato di questi anni?). Sul piano della prassi e della politica investe debolmente la materialità, tutta la complessità opaca della civiltà contemporanea ne resta al di fuori. Insomma, mi sa di astratto e di valori che riconducono a classificazioni tipiche del mondo nobiliare ancor prima che borghese. La vita dei piccoli centri, specie al Sud, non ha mai raggiunto le soglie del “classico” e quel brillio aurorale che fu grande economia e finanza, arti e scienze liberali. La dimensione di cui parliamo è sempre stata dimidiata, “minore” (ma non per questo meno interessante). Io credo piuttosto, che basti, fuori da ogni menzogna ideologica, ritrovare la giusta prossimità a ciò che siamo. Un po’ di pensiero meridiano e le buone prassi di un’ecologia della politica e della vita quotidiana. Senza rinnegare l’esercizio della critica e la varietà del mondo in cui tutti oggi viviamo, basterebbe una rinascita dello spirito civico, il senso ritrovato della comunità, con il riavvicinamento a ciò che abbiamo di più prossimo, all'ambiente naturale, alle memorie e alle cose che stanno intorno alla casa e alla famiglia, alle pratiche della cura, il sentimento dei luoghi, un’affermazione attiva e consapevole della cultura dei limiti contro lo spreco, la bellezza e la misura contro la devastazione e lo sfruttamento. Per fare queste cose anche in Calabria le due priorità assolute sono il potenziamento immediato dell'istruzione pubblica (insegno e conosco bene la situazione) e il raggiungimento effettivo dell'eguaglianza fra i sessi, indispensabile anche alla ricerca del lavoro giusto e per la libertà di tutti i giovani. Detto in altre parole: la scuola e le donne. Deve ripartire da lì, dalle donne e dall'istruzione, dalla libertà e dal lavoro, anche ogni forma di liberazione e di lotta concreta ai poteri criminali, alla malapolitica, alle mafie. Forse così diventeremo davvero, e senza più rimpianti, un paese più grande.

   Quando la attraverso in macchina, mi rendo conto che certe volte la realtà allineata sulla strada presenta le variazioni di una “suite”. In certi momenti fa risalire all'orecchio l’eco di fondo del suo rimbombo tellurico più sordo e cupo. In altri passaggi ha la grazia di un teatrino surrealista delle marionette, poetico ma disequilibrato e sbilenco. Talvolta la nota sale di intensità verso le tonalità acide del traffico, dei clacson, delle discoteche estive, ma più spesso si apre al conforto di risonanze più distese. Perfino al silenzio; c’è pur sempre il mare, il profilo dei monti, la luce meridiana a sovrastare il panorama di macerie che si alza ai lati della SS18. Forse resta valida la definizione che ne ho dato in epigrafe, all'inizio del libro, citando per presentare la mia suite dedicata alla strada della mia vita, la Statale 18, il testo di Hyper Ballad. Quella bellissima canzone che fila nell'intonazione stregata dalla voce di Bjork, un suono che sembra raccontare i luoghi e le persone che amo: 
«viviamo su una montagna\ proprio sulla cima\ c’è una vista bellissima dalla cima della montagna\ ogni mattina io prendo la strada in basso e la seguo fino ai suoi limiti\ faccio tutto questo prima che tu ti svegli\ per sentirmi felice di essere in salvo qui con te».
È una musica dolce, ipnotica e un po’ avvelenata.


11 maggio 2012 (ultima modifica 16 maggio 2012)
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Note:
1 Mauro Francesco Minervino, Statale 18, Fandango, Roma, 2010, p. 82

4 commenti:

  1. Mi trovo pienamente d'accordo su quanto scrive Minervino. Il tema del paesaggio, della ndrangheta, dei rifiuti nascosti nei nostri territori sono stati semrpe temi dei quali mi sono occupato sia come scrittore che come ambientalista. ne ho scritto nel libro 'Guida vera alla sopravvivenza in calabria', 'nella Notte di Santa Lucia' e nell'ultimo mio lavoro 'La Marlane la fabbrica dei veleni'.

    Francesco Cirillo

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  2. Francesco Cirillo,
    non conoscevo i tuoi libri.
    Interessante 'La Marlane la fabbrica dei veleni'.
    Serve raccontare l'Italia fuori dalla cronaca 'virale' dei media generalisti.

    Saluti,
    Salvatore D'Agostino

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  3. Vincenzo Moretti16 giugno 2012 20:35

    “Da sempre il Sud non si è visto con i propri occhi ma con quello degli altri e così abbiamo smesso di osservarci e di prenderci cura del paesaggio, del territorio, del mare, delle case. C'è bisogno di amare i luoghi e di prendersene cura per cambiare il mondo di oggi. Lungo la Statale 18 la gente vive ammassata sulla strada, non si ha più coscienza dei valori pervasi nei luoghi; la terra non vale più niente. Le priorità sono il cemento, il costruire, la mobilità, la speculazione e il profitto. «Ci vuole il senso della bellezza per cancellare le brutture, per restituire integrità e incanto ai luoghi. Ci vuole la forza dell’immaginazione, che non basta mai. Che qui, in fondo a tutto, è la cosa più faticosa da salvare». E’ proprio da questo concetto che bisogna ripartire, perché, come sottolinea ancora Minervino: «La perdita del luogo è come la perdita di un altro noi»”.
    Leggi l’intero articolo su Irno.it qui

    Vincenzo Moretti

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  4. Vincenzo Moretti,
    interessante il suo articolo.
    Lei con il suo giornale online ha una grande responsabilità, poiché credo che con l’avvento del Web ci sia bisogno di una nuova figura di giornalista non più opinionista o da cronaca del giorno ma attento alla realtà (che osserva con i propri occhi – senso del luogo) nel suo complesso.
    Da anni i giornali si sono limitati al rilancio quotidiano dei fatti di cronaca adesso serve trovare il coraggio di cambiare direzione, soprattutto i giornali locali.
    A proposito della Calabria le segnalo un racconto su Strongoli e dintorni del disegnatore Vincent Filosa, un’analisi su San Sperato dell’architetto statunitense Lebbeus Woods e l’inchiesta urbana e visiva di Federico Zanfi e Andrea Pertoldeo sulla Marina di Strongoli.

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

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