7 agosto 2013

agosto 2011 | Ludovico Corrao: Una città non si ricostruisce con un disegno

di Salvatore D'Agostino

Due anni fa moriva, in modo violento, Ludovico Corrao ideatore e infaticabile promotore della rifondazione di Gibellina, distrutta dal terremoto nel 1968. Il paese, per motivi di sicurezza, secondo un decreto del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, non poteva essere ricostruito sulle proprie macerie, ma andava rifondato altrove. Ludovico Corrao, allora sindaco di Gibellina, pensò che fosse venuto il momento del riscatto di un popolo da secoli povero e vessato dai potenti affiancando alla costruzione della nuova città progetti d’arte contemporanea. L’arte a Gibellina nuova doveva essere non più espressione del potere dominante ma a servizio di tutti i cittadini. Mentre gli edifici seguivano il percorso, spesso non facile, dei finanziamenti statali, le opere d’arte furono sovvenzionate con i soldi degli stessi abitanti.

Fu così che alcuni artigiani della nuova Gibellina come Carlo La Monica, Luigi e Girolamo Ippolito, Antonio Renda, Giuseppe Barbera, Egisto Artale, Alfonso Terranova, Damiano Arcilesi, Cristoforo e Vito Evola, Pippo Ferrara, Franco Cassarà Ignazio Giacone, Maria Capo, Franca Ippolito, Angela Casciola, aiutarono e costruirono le opere di artisti come Scialoja, Paladino, Burri, Consagra, Pomodoro, Cascella, Franchina, Mirko, Uncini, Staccioli, Schifano, Beuys, Xenakis, Kokkos, Isgrò, Colla, Cucchi, Briggs, Accardi, Noetti, Ciussi e tanti altri.

Questi artigiani, in un libro inchiesta di Davide Camarrone ‘I maestri di Gibellina’, raccontano con orgoglio la straordinaria opportunità che ebbero nel cooperare con artisti provenienti da tutto il mondo, affrontando le sfide che si volta in volta gli proponevano. Sfide che uscivano fuori dalle consuete mansioni quotidiane e che innescarono un dialogo creativo, come ricorda il fabbro Carlo La Monica: «Lui (ndr Corrao) diceva sempre: “La musica la scrivono loro però i musicanti li mettiamo noi.»

A seguire, pubblico l’introduzione che Ludovico Corrao scrisse per questo libro che, per una strana coincidenza, è stato pubblicato lo stesso mese della sua morte. Questo testo, appare come un inconsapevole testamento di chi consegna un’opera appena abbozzata: «Una città non si ricostruisce - ricorda Corrao - con un disegno e una bacchetta magica, imponendo uno stile su un altro. Una città si ricostruisce negli anni, nei secoli.»

Quasi come un monito pieno di speranza conclude: «Questo, per Gibellina, è solo l'inizio di un cammino.»




Fotografia di Mimmo Jodice

Ludovico Corrao

Nella notte fra il 14 e il 15 gennaio del 1968, un terremoto distrusse decine di centri della Valle del Belìce, tra i quali Gibellina.

Il primo problema che si pose, innanzi a chi era corresponsabile della rinascita di questa città, fu quello di restituire la forza della speranza a gente che fuggiva per ogni parte del mondo temendo di non più tornare.

Il Governo offriva le navi per andare in Australia o in Venezuela. Si negava ogni possibile ricostruzione. Il Genio Civile aveva affidato alle ruspe il compito di distruggere tutto quel che il terremoto aveva lasciato in piedi.

Nel corso dei secoli, il popolo contadino di Gibelli­na aveva conosciuto altre gravi sciagure: la violenza del padronato feudale, le guerre criminali e mafiose, le epidemie, i disastri dell'agricoltura. Masse enormi di contadini erano emigrate per sfuggire al destino che le condannava a una difficile esistenza e alla tragedia delle guerre, alle quali erano riservati i soli frammenti d'arte: i monumenti ai caduti.

In quella notte di un inverno eccezionalmente rigido, con la neve che copriva le colline, la gente fuggì in ogni direzione. Nessuno le indicava dove andare. La spinta che la muoveva era quella del non ritorno. Chi, dopo qualche giorno, tornò tra le macerie della città, lo fece per ritrovare i suoi pochi tesori: le foto della nonna, del matrimonio, del battesimo dei figli: ultime reliquie di un'antica storia.

La sfida era resistere a Gibellina contro ogni speranza. Si capiva benissimo, infatti, dalla condotta del Governo di quei tempi, che alle promesse non sarebbero seguiti i fatti. Le navi, come ho ricordato, imbarcavano migliaia e migliaia di cittadini della Valle del Belìce per l'Australia. Oggi, le città siciliane più importanti del Belìce sorgono a migliaia di chilometri dalla Sicilia. A Poggioreale, abitano mille persone. In una cittadina nei pressi di Sidney, invece, abitano cinquemila poggiorealesi: paradosso, questo, che vale per l'America, per la Francia, per la Germania, per il Venezuela. Non fu un nomadismo del commercio e degli affari, il loro, ma un nomadismo della morte. Un destino tragico.

Ridare la speranza era dunque fondamentale per resistere. Occorreva ridestare la natura del tenace concetto - direbbe Leonardo Sciascia - dei contadini siciliani: l'attaccamento alla terra e non alla sola memoria della terra: bisognava raccoglierli, farli tornare lentamente indietro. La ricostruzione poteva riguardare la memoria del futuro e non la memoria del passato.

Per il suo Cretto, Burri parla di un'archeologia del futuro e non di un'archeologia del passato.

Il cretto di Burri visto da google map

Serviva una ricostruzione che facesse ricongiungere i fili della storia di un piccolo centro di contadini, servi della gleba, ai grandi centri culturali che nel passato s'erano insediati in quel territorio e avevano lasciato traccia del loro passaggio. E che cosa, se non l'arte  la cultura, la musica e la poesia potevano tessere le trame della rinascita?

Non dimentichiamo che era il 1968, l'epoca delle grandi utopie.

Insieme ai tantissimi giovani giunti da volontari per aiutare i contadini della Valle del Belìce, vi furono anche dei comitati di riflessione sui movimenti della liberazione dell'uomo, in generale, sui movimenti della liberazione della donna. Ricordo le esperienze di Don Mazzi, di Don Riboldi e di tanti rappresentanti di culture diverse. Cominciammo a scavare non più nelle sole macerie del passato, della memoria, ma nelle radici della nostra storia complessiva: non soltanto dunque nella storia di Gibellina e del Belìce, ma nella storia della Sicilia, del Mediterraneo. E solo da questa scavo poteva riemergere un germe fecondo per un nuovo albero e una nuova vita.

II terremoto sanciva anche il fallimento di un'altra tragica esperienza: la riforma agraria siciliana, la rottura del feudo.

Per molti secoli, Gibellina era stata un piccolo villaggio al servizio di un feudatario che disponeva di una torre e un palazzetto d'avvistamento sulle campagne. Alle tre di notte, i contadini dovevano svegliarsi e andare in campagna, giù nelle valli, a coltivare i terreni del feudatario. Tra il Settecento e i primi del Novecento, vi erano state continue rivolte per conquistare la terra. Le insurrezioni erano state domate con il sangue e la galera. Basti ricordare gli episodi dei Fa­sci Siciliani di Gibellina e Castelvetrano: dal campanile della chiesa di Gibellina, l'esercito sparava sulle donne e sui bambini in rivolta per abolire il dazio, la dogana e gli usi feudali.

Dovevamo trarre alimento dalla storia per la resistenza e la riconquista del territorio e della casa, per la costruzione di un futuro migliore.

La cultura, l'arte, i fermenti della vita, potevano ri­dar speranza e forza agli uomini e alle donne. La loro tenacia fu encomiabile. Ricordo i primi giorni dopo il terremoto, quando mancavano i collegamenti. I contadini andavano a piedi nelle loro campagne per vigilare sulle coltivazioni e le donne li accompagnavano per aiutarli e recuperare così il tempo perduto.

I contadini, dispersi dopo le fughe forzate nei paesi limitrofi e in luoghi ben più lontani, volevano riconquistare un loro spazio e ricostituire le loro famiglie. Un dato faceva riflettere. Un dato catastale. Quasi tutte le case erano intestate alle donne. Non ci stupimmo dunque di veder sempre le donne alla testa del drappello che saliva dalle pianure verso le colline per riconquistare il diritto alla ricostruzione delle loro abitazioni, per insediare le famiglie e far germogliare nuovamente la vita.

Non solo le case. Bisognava ricostruire le ragioni di una vita degna di questo nome.






Renato Guttuso, Studio per la notte di Gibellina, 1970
Olio su tela, Archivio Museo Civico di Gibellina (TP)

Da qui, l'appello degli artisti e degli uomini di cultura italiani guidati da Leonardo Sciascia, Carlo Levi, Cesare Zavattini, Renato Guttuso, perché si ponesse rimedio alla tragedia del dopo terremoto: la tragedia delle baracche, dove per il freddo e per il caldo morivano decine e decine di persone. Non era bastato il lutto delle migliaia rimaste sotto le macerie. La morte continuava nelle baracche.

Si leva forte l'appello per evitare il genocidio di quelle popolazioni. A dare speranza e forza a questa volontà tenace di restare sul territorio, furono gli artisti. Essi risposero all'appello: non per realizzare un bell'arredo urbano, non per donare le proprie opere o venderle per costruire le case, ma per impegnarsi insieme agli uomini e alle donne di Gibellina a costruire le case della gente.

Le assemblee fatte ogni sera nelle baracche avevano un solo tema: disegnare la casa di domani.

La casa di domani che non era, non poteva essere, la casa di ieri.

Quando si parla di una ricostruzione di Gibellina e dei paesi della Valle del Belìce lontana o contrapposta alla tradizione del mondo contadino - la casetta, il vicinato, la donna che stava in mezzo alla strada e cucinava e parlava con la donna di fronte - si dimentica troppo facilmente che quelle case avevano una superficie massima di trenta o trentacinque metri quadri, e all'interno, con adulti e bambini, tra gli attrezzi di lavoro, vivevano anche l'asino e il mulo. Evocare nostalgicamente una replica della città antica significava condannare quel mondo a rivivere le condizioni di un tempo: per appagare l'estetica della decadenza, per rivedere l'antica città contadina e dimenticare quel che era stata: un luogo di dolore e disperazione. In quel dolore ed in quella disperazione, è vero, i sentimenti umani divenivano più forti, ma si trattava pur sempre di gabbie capaci di bloccare ogni forza di rinnovamento.

Vi era un altro problema: il tentativo di gestire la ricostruzione con il metodo dei grandi appalti, affidando a grandi ditte il compito di ricostruire intere zone della città nuova.

A questo disegno governativo opponemmo il diritto dei cittadini di Gibellina e della Valle del Belìce d'essere imprenditori di se stessi, costruttori delle loro case e dei loro destini. Significava trasformare i contadini in questo che non erano mai stati: fabbri, muratori e artigiani di tutte le arti e i mestieri necessari alla ricostruzione.

Fu ammirevole il modo in cui trasfusero i loro piccoli saperi di contadini braccianti non qualificati - la loro non era un'agricoltura avanzata: solo turni di grano e di maggese - nei nuovi mestieri di muratori, falegnami et cetera. Era in quel processo di reinvenzione che s'innestava l'opera dell'artista, per creare segni forti e nuove forme.

Le opere d'arte sono il frutto della creatività degli artisti e della manualità degli uomini e delle donne di Gibellina. Furono riscoperte antiche abilità, come quelle del ricamo e della tessitura. S'innescò un processo di rinascita delle identità. Non una lira pubblica fu distolta dalla ricostruzione e destinata alle opere d'arte: a pagarle, furono i cittadini.

Quando si fa il confronto fra fa ricostruzione della Valle del Belìce e fa ricostruzione del Val di Noto, si dimentica che nel Val di Noto, dove splende il barocco, c'era fa volontà di un despota che poteva dominare e disporre di capitali, artisti e architetti, per attuare un progetto unico, con una sua originalità ideologica.

Nel 1968, quest'unicità non era più possibile. Non vi erano più punti di riferimento certi né nelle arti né nell'architettura. Tutto era rimesso in discussione. Non si poteva quindi creare una città con una sua immagine precisa, ma solo accogliere l'esperienza del tempo: scavare nelle profondità della storia per trarre ispirazione dal nomadismo, dal multiculturalismo e dalla molteplicità dei linguaggi; accettare tutte le contraddizioni che si creavano e si creano tuttora tra un modello e l'altro, per superarle nella prospettiva di future stratificazioni. Quando si parla dell'identità di un popolo al quale per secoli era stata negata la proprietà della terra, ci si dimentica infatti che di comunità nomadi si parla.

La morfologia urbana di Gibellina è stata definita in alcuni momenti storici: l’epoca degli Elimi - che costruirono il loro villaggio alle pendici della collina dove oggi sorge Gibellina -, l'epoca dei Sicani, l'epoca bizantina, l'epoca degli Arabi, l'epoca feudale. In ognuno di questi momenti, la città venne costruita in luoghi e situazioni differenti. La storia della gente di Gibellina era storia di cammino, di emigrazioni: non solo all'esterno ma anche all'interno del territorio, secondo le diverse temperature sociali, politiche ed economiche.

Ci si dimentica poi che Gibellina non era caratterizzata da emergenze architettoniche o monumenti significativi. La sola architettura di rilievo era rappresentata dalla Chiesa Madre e da alcune piccole chiese. Le case erano molto povere.

Dovevamo riproporre un modello di città in cui l'arte era solo al servizio dell'ideologia ecclesiastica o del castello del feudatario?


In un servizio per TV7 Sergio Zavoli inizia la sua cronaca così:
«Gibellina sulla carta geografica non c'era; adesso non c'è neppure su quel clivo giallo d'estate bruno d'inverno, che radunava intorno a tre chiese tre piazze, mille case mille porte.»


O dovevamo invece riprodurre la pluralità dei linguaggi, il dinamismo dei movimenti culturali e artistici che animavano il mondo di quegli anni?

Rispondere a queste domande fu più facile per gli abitanti di Gibellina che non per i Soloni della cultura italiana.

I contadini di Gibellina avevano viaggiato per il mondo, ammirando le architetture e le arti contemporanee. Al loro ritorno, dopo il terremoto, per aiutare i parenti, furono lieti di partecipare a un processo di modernizzazione. Ricordo una donna emigrante di ritorno a Gibellina da New York. Diceva: «Ora mi sento a Brooklyn! Le strade larghe... ». Uno dei problemi principali era rappresentato dalla memoria, dalla storia, nel luogo in cui si andava a costruire una città che non era mai esistita. Non serviva una strategia dell'utopia, del non luogo, bensì della non esistenza.

Nel luogo in cui costruivamo la nuova città, non vi era nulla.

Dalle montagne eravamo scesi a valle per vari motivi, primo fra tutti la facilitazione dei collegamenti con le altre comunità, per passare dalla condizione di servo della gleba a quella di cittadino che può operare nel commercio e nella relazione con gli altri. Scendere a valle significava anche questo: aprirsi alle prospettive del mondo moderno, uscire da uno stato di isolamento, da una condizione economica legata ad un'agricoltura povera.

I contadini non erano proprietari, ma braccianti a disposizione dei grandi feudatari.

Nel luogo scelto per la nuova Gibellina, era la terra, il campo di battaglia delle grandi riforme agrarie e contadine.

Per i contadini, la città nuova fu una nemesi: la conquista della terra negata, nella quale erano stati servi della gleba.

Non dimentico mai che la sede della nostra Fondazio­ne Orestiadi e del Museo delle trame mediterranee si trova nel baglio dei Baroni Di Stefano. Quando lo restaurammo, i contadini ci dissero: «Noi qui non potevamo mettere piede, perché con il mulo portavamo il grano, l'olio, il vino, al padrone, ma solo dalla parte retrostante nel granaio. Ci era proibito l'accesso all'interno del palazzo».

Fu una conquista, un ribaltamento della storia del passato. Ci interessava poco di porre il Caso Gibelli­na nel circuito dei dibattiti internazionali sull'architettura: era importante suscitare un movimento di rinascita, di risveglio, di forza.

I critici dimenticano poi che i Comuni, secondo le leggi di quegli anni, non avevano alcun potere né decisionale né finanziario d'intervento diretto nella ricostruzione delle loro città. Era un organo appositamente costituito dal Governo nazionale, l'Ispettorato Generale delle Zone Terremotate, con sedi a Ro­ma e a Palermo, che decideva sugli impianti urbanistici, sulle infrastrutture e sulle opere. L'Ispettorato sceglieva architetti e progettisti.

Mi fu chiesto se volessi segnalare qualcuno. Un architetto. Un ingegnere. Un amico, insomma. Opposi un netto rifiuto e dissi: mettete in campo le forze che rappresentano la cultura di questo tempo.

Gibellina fu l'unica città che seguì questa criterio. Ludovico Quaroni e gli altri riflettevano questa ircocervo di linguaggi e di intelletti.

Non dico nulla dei progetti presentati e cancellati, ad ogni giro di Finanziaria, dei tagli ai fondi. E dunque dei malumori e delle critiche di più o meno illustri architetti.

Una città non si ricostruisce con un disegno e una bacchetta magica, imponendo uno stile su un altro. Una città si ricostruisce negli anni, nei secoli.

Sono passati meno di vent'anni dalla ricostruzione di Gibellina. E per altri vent'anni, la gente era rimasta nelle baracche, senza alcuna certezza sul proprio destino.

Questo, per Gibellina, è solo l'inizio di un cammino.


LUDOVICO CORRAO


7 agosto 2013

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Note: 
Il testo è tratto dal libro di Davide Camarrone, I maestri di Gibellina, Sellerio, Palermo, 2011, pp. 11-20.
La prima foto è tratta dal libro di Mimmo Jodice, Gibellina, Electa, Milano, 1982, p.77.

4 commenti:

  1. Efrem Raimondi7 agosto 2013 09:15

    molto interessante... c'entra zero eppure un po' mi ricorda certi racconti di cechov.

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    1. Efrem,
      forse un po’ di Cechov c’era ma questa storia condensa alcune delle più belle menti del ’68 (non gli emuli né i postfurbi del ’68).

      Ti copio e incollo la quarta di copertina di un bel libro di Carola Susani ‘L’infanzia è un terremoto’:
      «Le rovine ci si parano davanti, piatte, orizzontali, tranne i lampioni e la chiesa: il largo viale di marmo si è riempito qua e là di terra e pozzanghere. Attorno e dentro il perimetro delle case c’è fango. Non c’è nessuno. Nessun rumore. Soltanto i nostri passi. Il cielo. Oltre la chiesa c’è il boschetto della memoria, un albero per ciascuno dei morti. Resto fredda, senza inquietudine, anche se di sicuro qualche corpo è rimasto sotto le macerie».
      La Valle del Belice è una distesa di rovine quando la famiglia di Carola, che all’epoca ha quattro anni, vi si trasferisce per vivere in una baraccopoli. I suoi genitori lavorano alla ricostruzione e allo sviluppo insieme al Centro Studi e Iniziative Valle Belice. L’infanzia è un terremoto è memoria, racconto di viaggio, minima ricostruzione di storia orale e sempre anche narrazione. Nel libro ci sono le rovine, c’è Danilo Dolci, c’è l’infanzia nelle baracche, ci sono le persone che si raccoglievano attorno al Centro, ci sono minacce, intimidazioni mafiose. E qualcosa viene fuori dell’onda lunga del Sessantotto e dei suoi contraccolpi.

      Ci sono le idee (e la concretezza perché hanno realizzato tanto) del ’68 vissuto e non parlato.

      Saluti,
      Salvatore D’Agostino

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  2. Efrem Raimondi25 agosto 2013 17:46

    bella 'sta quarta. rende eccome.
    ed è talmente lontana dai fatti speculativi che hanno sostanzialmente usato il belice come laboratorio per quelle che eventualmente sarebbero arrivate dopo. e che sono arrivate, appunto.

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    1. Efrem,
      escludendo alcune 'opere - spesso di architettura - un po' pretenziose' Gibellina come diceva Sergio Zavoli in un servizio per TV7: «sulla carta geografica non c'era; adesso non c'è neppure su quel clivo giallo d'estate bruno d'inverno, che radunava intorno a tre chiese tre piazze, mille case mille porte.» adesso, con tutte le sue contraddizioni, c'è sia quella fisica che nella memoria (cretto).

      Saluti,
      Salvatore D'Agostino

      PS: qui un'intervista a Carola Susani e qui.

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